Ieri ho trovato uno stupefacente foglio di quadernone, scritto con grafia sottilissima, tra le pagine di un testo che ho preso in lettura alla biblioteca di filosofia di Villa Mirafiori. Il testo è “Il senso della fine. Studi sulla teoria del romanzo”, di F. Kermode (1972). Il foglio, mi limito a ricopiarlo.

Nasciamo puliti, mondi. Anzi no. Il meccanismo si aziona fin dall’inizio: bisogno e gratificazione. Tutto, da lì in poi, rientra in questo semplice schema. Finché moriamo e sempre più, crescendo, la decisione spetta a noi su quale tipo di gratificazione ci esporrà al bisogno di volerne ancora. Dal cibo, ad esempio, che preso oltre la fame allarga lo stomaco (e il relativo bisogno di gratificarci chiede maggiori quantità da ingerire), a qualsiasi altro genere di dipendenza. Il meccanismo si dimentica presto, pur se continua a influenzare i ritmi e le decisioni nostre, l’umore e anche, forse, il modo in cui moriremo. Perché si dimentica, il meccanismo, separando presto gli assi bisogno/gratificazione che invece restano sempre legati.

Così, in molte cose della vita e più importanti, ci si dovrebbe chiedere se non sia lo stesso oggetto che ci gratifica, a creare invece nel tempo orridi sempre più fondi, scavati poco a poco dalla stessa acqua per cui saremmo disposti a uccidere, dovesse mancarcene il bicchiere. Per questo, in molte cose della vita e più importanti, invece di riconoscere nell’oggetto gratificante la causa prima delle nostre mancanze sempre più esigenti, dominanti, siamo disposti e per lunghissimi anni ad attribuirne l’origine a mille altre cose. Persona che a un certo punto sfugga, anzi, più volte nella vita, a questa condizione, non è mai nata. Si vive, piuttosto, in molte cose della vita e più importanti, l’assottigliarsi graduale della sopportazione di un fenomeno o stato in cui ci si trova e, per affrontare il quale, cerchiamo rifugio e salvezza proprio in ciò da cui si dovrebbe scappare, in quanto causa prima di quel fenomeno o stato. Detto in altri termini, la dinamica della tossicità sembra congenita all’umano, come si formasse nell’utero insieme al resto fin dalla prima scissione dello zigote.

Tuttavia, essendo prodotto dalla stessa Natura che, mettendoci al mondo, traduce una dinamica votata spontaneamente alla vita e non al suo contrario, il principio che fonda il suddetto meccanismo non può definirsi sciagurato di per sé. L’idea perciò è che lo diventi, sciagurato.

Per tutti gli altri animali sembra non valere quella degenerazione che si riscontra nell’uomo, benché anch’essi siano marchiati e, anzi, mossi soprattutto dal binomio bisogno/gratificazione. Le bestie muoiono spesso per soddisfare i propri bisogni, il primo dei quali è la fame. Questo tipo di morte, però, ha a che fare con il disgraziato epilogo che può avere qualsiasi sviluppo del rischio: ho fame, rischio la vita pur di mangiare, vengo ucciso. Se non mangiasse, però, l’animale morirebbe lo stesso. Dunque, non è quel binomio costitutivo a causare la sua morte. Non si è mai sentito parlare, in natura, di animali tossici o che “ingrassano”, per restare al mero esempio sul cibo. L’ippopotamo nasce votato alla sua stazza adulta, non raggiunge quella mole perché mangia molto o sempre di più. In natura, la costituzione degli animali varia solo in senso negativo: se non mangia, l’animale dimagrisce.

Gli unici animali che ingrassano sono quelli domestici, che vivono accanto all’uomo. L’istinto che spinge il cane o il gatto a mangiare tutte le volte che il padrone gli riempie la scodella è retaggio dello stato di natura in cui dovrebbe muoversi l’animale. In natura, infatti, esso mangia quando ha fame, e l’appuntamento col pasto successivo non è mai scontato né programmato, poiché funzione del risultato della caccia. Dunque, se ha cibo davanti, per l’istintiva incertezza del domani, l’animale mangia. Anche l’uomo mangia, per lo stesso meccanismo del bisogno e della gratificazione. L’uomo però non smette di mangiare, quando estingue la fame che ha mosso il bisogno, e non per la stessa istintiva incertezza del domani che muove il cane e il gatto.

Allargando per metafora l’esempio a tutti gli altri tipi di fenomeni e stati inscrivibili nell’atavico binomio, il motivo per cui l’uomo non smette di mangiare anche dopo aver estinto la fame iniziale ha a che fare col concetto di identità. Dirai, no: ha a che fare con la gola. Chiamala come ti pare; forse “gola” è il nome che meglio si addice all’esempio del cibo. Ma l’esempio resta un esempio, mentre il concetto di “identità” abbraccia un orizzonte che va oltre l’esempio specifico. Fatto sta che, per esperienza, la dose di cibo (siamo sempre in metafora) che l’uomo ingerisce dopo la vittoria sulla fame, inizia a scavare un buco che la volta successiva gli fa sentire anzitempo lo stimolo della fame, e più grande lo stomaco da riempire. A lungo andare, egli penserà a quello stimolo (prematuro) e a quel bisogno (ingrandito) come a qualcosa di “naturale”, dato fin dall’inizio e non causato dalla precedente assunzione extra di cibo rispetto alla fame vera, e comincerà a legare l’idea di se stesso – che per istinto verifica periodicamente – a quel tratto particolare, quel bisogno specifico (cercando altrove la causa del suo malessere). Ma quel bisogno di assumere cibo non è più proporzionale allo stesso con cui è uscito dal ventre materno in cerca del seno generoso.

Così il gufo dice agli altri animali, nel racconto dell’anziano indigeno di Apocalypto, L’uomo è capace di fare molte cose. Improvvisamente ho paura. Io ho visto un buco nell’uomo, profondo come una fame che mai si placherà. Questo lo rende triste e lo spinge a desiderare. Lui continuerà a prendere e a prendere, finché un giorno il mondo dirà: non esisto più e non ho più nulla da dare¹. “Desiderio” è un altro nome del bisogno, il primo termine della deformazione binomica che nel tempo si impossessa dell’uomo.

Come vincere allora la dipendenza da qualcosa che scambi per la soluzione di un problema, che invece è generato proprio da quell’unica cosa? Bisogna morire. Morire, per rispetto a se stessi². Morire è la questione, non è esagerato porla così, visto il sacrificio che costa privarsi di quel che è ormai divenuto un tratto della propria identità. Morire a se stessi per poi rinascere. C’è un detto: nessuno è mai entrato in paradiso senza un arto mancante, o qualcosa del genere. Ma chi vuole morire, coscientemente e per mano propria? La maggior parte vi è spinta da altri, o da una fisica impossibilità nel continuare a gratificare quel bisogno, quel desiderio di potere, approvazione, sigarette, compagnia, sostanze stupefacenti, connessione internet, sesso, solitudine, famiglia, gioco d’azzardo, alcol e così via. Se abbiamo la dipendenza tossica nel sangue ancora prima di iniettarci alcunché, propensione naturale alla schiavitù auto imposta, che prima o poi ghermisce tutti, non ci resta che saper gestire bene la nostra morte, quella che piano piano venendoci incontro, chiamiamo vita.

Resta una domanda: esistono dipendenze che non ci provocano una fame sempre più ingombrante e costitutiva, che non alimentano circoli viziosi, perché – in breve – non ci allontanano da noi stessi per come siamo nati cuccioli, figli dell’uomo, ma anzi ci regalano noi stessi e la luce che siamo per davvero? Forse l’amore ci resta, come dipendenza.

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¹ Ho completato io qui la citazione che nel foglio era incompleta.
² Sottolineato nel foglio.