C’era una porta a casa sua e sulla porta una targhetta di ottone con su scritto il nome del posto dietro la porta: stanza dello scemo. E scemo io, forse, che quest’anno non andrò, niente treno per Bo, a motivo di un lavoro che sto facendo. Ma con la mente, sempre in questo periodo, torno alla casa del professor, commendator Domenico Sputo, il nome scemo di un gigante che mamma Iole chiamò Luciodalla. Tutto attaccato, bimbo prodigio, duro ciottolo al rimbalzo dei mille dirupi che trovi in un mezzo a una vita.
Basso tanto, nero e peloso, che le bocche degli amici veri, da fischiettarci insieme al fresco dei portici, trasformavano semplicemente in Ragno. Lo chiamavano così. E nella sua tela molti sono rimasti impigliati a mezz’aria, mangiati dalle note di un urlatore siderale, formica zingara che fra gli altri ho incontrato pure io.

E ripenso a tanti speciali visti in tv, a uno girato da un acerbo ma intimo freak Samuele dove il minimo, per uno che distillava lo Stronzetto dell’Etna e aveva una barca di nome Catarro, era prendersi un cappuccino alle ore più strane. Le tre, le quattro di mattina (“il mondo torna il cesso che era prima”): salutare la tipa dietro al banco e sorridere ai camionisti di ogni specie stravaccati nell’anonimato. Tutto all’unico scopo di tornare a casa, se riuscivi a tenerla – magari fare prima un giro dei viali, come un tempo a incontrare Luca e gli altri – per poi unicamente chiudersi nel cesso e rallegrarsi, stimolati anche dall’odore di petrolio che manda il giornale croccante preso nell’edicola assonnata. Chissà, può darsi che oltre alla cacca – che tutti fanno e facevano, da Bach a Charlie Parker – ci scappi anche una melodia che funziona. Così era nata Disperato erotico stomp; e quello stomp a che si riferiva? Ecco.

L’aveva raccontato mille volte quel “parto” musicale, eppure, al contrario di tanti colleghi ostentatori di noia e sufficienza per le solite domande dei giornalisti, lui non si stufava mai. Loro volevano questo? Lui questo gli dava. Come quando, durante Banana, un giorno il principe gli chiese, ma come fai a dire sempre sì agli autografi e alle foto? Be’ non sono mica un indigeno africano: una foto non mi strappa via l’anima, non mi toglie niente. Di certo, in quella risposta c’era tutta la voglia di piacere cristallizzata negli anni plurimi in cui aveva iniziato: non se lo filava nessuno! Arrivò al punto da provare quasi piacere nel non piacere, e non per una forma di masochismo, ma perché l’antipatia che gli manifestava il pubblico stimolava in lui un’urgenza di ripicca musicale che trasformava il lancio dei pomodori in altrettanti sberleffi sonori che gli uscivano dallo skat, fra un inciso e un ritornello, quando cantava la sua lingua meravigliosa.

Diceva, se non avessi conosciuto Roversi ora farei l’idraulico. E un idraulico non poteva farsi intorno un museo di quadri e presepi, trenini e sculture, foto e dischi d’oro, persino la stanza del cinema con le poltroncine rosse, che hai chiamato dello scemo. Così hai praticato un altro tipo di artigianato: stando ai racconti di molti – che poi uno finisce a essere sempre un racconto – il commenda era un vero artigiano del suono: lo stadioso Gaetano ricorda che, quando già Ragno si era di mare profondo staccato dal Palmaverde, fu mandato proprio da Luciodalla a bottega presso il poeta dicendogli che doveva ancora imparare a mettere la musica su parole già nate, altrimenti sarebbe rimasto cantautore a metà, che mette le parole soltanto dopo. Era un modo indiretto per continuare a frequentare lui l’osannato Roberto che gli insegnò molto, la magia.

Tante storie di Sputo non sarebbero credibili senza quest’elemento. Ad esempio i suoi palleggi su un campo di basket in mezzo ai vatussi; il suo insegnamento all’università, forte del certificato battesimale come unico titolo di studio; il suo stesso deambulare in pelliccia e collana turchese per le strade di una città mai lasciata, salutando tutti e facendosi dare del tu. Adottato bimbo che ricambia adottando i suoi adottatori con l’amore di una voce. La stessa che durante il provino alla leggendaria Rca riuscì a liberare come si deve, davanti allo scopritore Gino, solo chiedendo di lasciarlo in sala studio al buio. Perché? Ma va bene, spegni. E ora, da dove vengono quei suoni? Aspetta, ecco ha finito. Ma non ci credo, come fa? Accendi la luce. Cazzo, si è spogliato! Quanti peli. E insieme a questo episodio c’è anche la volta che si dipinse con una biro le caviglie nude, quando si trovò a suonare in un locale dove non facevano entrare se non vestiti di tutto punto, calzini compresi.

Che puzza, vecchio figlio di modista. Arriva quasi fin qui la tua puzza, a spezzare il buon odore di incenso che ho levato senza volerlo. Grazie allora, anche per la puzza che fai contro l’incenso. Ma chi non ha spigoli nel carattere? Diffiderò sempre di chi non puzza almeno un po’, pafff… bum!