La Sicilia di Andrea Camilleri

Bella, amara, viva : questa è la mia terra

La Sicilia, l’isola che fu del Gattopardo, degli astratti furori di Vittorini, di Sciascia, che fu accarezzata nei flashback del Godfather di Scorsese e di Puzo ha trovato da una decina d’anni in Andrea Camilleri un nuovo cantore. E la Sicilia di Camilleri è ancora più densa e reale, di quella realtà che può essere solo di una città fatta di parole, forte e sincera come il rapporto che lega lo scrittore alla sua isola triangolare. 
“Lo scrissi nel primo romanzo, Il corso delle cose, che sono totalmente incapace di inventarmi una storia ambientata in un luogo che non conosco – racconta lo scrittore – Uno può anche scrivere un romanzo su una città che conosce attraverso le immagini televisive e quelle guide meravigliose che oggi esistono – non ci sei mai stato ma sai dov’é il tabaccaio. Ma questo non significa che tu sai cosa pensano, come pensano, le persone che in quelle strade camminano. Io conosco, almeno, penso di conoscere (la precisazione è importante), il modo di ragionare, di intendere il mondo, di rapportarsi con gli altri dei miei compaesani. Pecco, nell’ottanta per cento dei casi, di presunzione di avere capito, però per il venti per cento ci indovino. Quel venti per cento mi serve per scrivere dei libri”. 


Questo robusto siciliano di Porto Empedocle, coi suoi occhiali spessi, la voce sporca di troppe sigarette s’è inventato una lingua, una lingua tutta sua che non è semplice trascrizione del siciliano ma un felice pastiche che ci ha donato personaggi “rossi di pilu e di pensiero”, personaggi che “taliano” l’orologio, che vivono sulla pagina, in quella Vigata che è diventata celebre nel mondo come e più della Macondo di Garcia Marquez, tanto che Porto Empedocle l’ha messo pure nelle targhe che ci danno il benvenuto diventando ufficialmente Porto Empedocle Vigata. 
Si è inventato una lingua che vive di vita propria, una lingua che traccia il perimetro dell’isola, e che pure agli italiani del continente e a quelli sparsi per il mondo risuona familiare dopo il battesimo del fuoco che è la prima lettura di un suo libro: ne basta uno, uno solo, letto aiutandoci con il glossarietto che mettono alla fine del libro, piacevole inutilità, già dal secondo non serve più, il “camillarese” lo parliamo pure noi, ormai. 
Montalbano, il Commissario forte e sincero, abile indistintamente a risolvere casi sempre più complessi e a mangiare prelibatezze culinarie, è la più felice invenzione letteraria degli ultimi anni, sopravvissuto alla serializzazione, la faccia dell’attore Luca Zingaretti ce l’ha reso ancora più vicino, tanto che Camilleri ha meritato l’onore di avere ben due volumi tra i prestigiosi Meridiani Mondadori, la collana d’elité, con la confezione a cofanetto su cui campeggiano due foto dell’autore in bianco e nero, coi due volumi è arrivata la consacrazione a classico contemporaneo. 
Ma questa Sicilia fatta di personaggi vivissimi esiste davvero? C’è mai stata? 
Lo stesso Camilleri, nel suo sito ufficiale http://www.andreacamilleri.net, risponde fugando ogni dubbio: 
“La Sicilia ha avuto, bene che vada, tredici dominazioni, e di ogni dominazione abbiamo preso il meglio e il peggio, quindi è così complessa che dentro c’è tutto l’umano. Tu puoi parlare di un fatto accaduto in Sicilia nel Cinquecento e ritrovarlo paro paro in un fatto accaduto l’altro ieri. Soddisfa le mie esigenze bere quest’acqua a questa fonte. Mi piace. Perché devo cercare altro?” 
Ecco, la Sicilia diventa ancora una volta metafora del mondo, come fu già nelle pagine di un altro grande siciliano, carissimo amico di Camilleri che si è creato una lingua per il suo monumentale Horcynus Orca, parliamo di Stefano D’Arrigo. 
C’è una continuità tra queste e le mille altre angolazioni da cui vedere la Sicilia – basta leggere i pezzi di Pippo Fava, il giornalista ucciso dalla mafia nel 1984, o la Palermo di Roberto Alajmo, – l’imperitura Trinacria si ripete sempre uguale e immutabile, leggere Camilleri significa percorrere i tre lati dell’Isola, gli anfratti dove sgorgano quelle storie che hanno venduto – almeno sino ad adesso – ben dieci milioni di copie. 

Una Sicilia frutto quindi di una successione infinita di dominazioni: Fenici, Greci, Romani, Arabi, Normanni, Svevi, Aragonesi, gli Angioini, perfino gli Americani e le camel del Piano Marshall. Tutto concorre ad un mix di culture inedito che nuova e sicura linfa avrà dalla nuova generazione, quei figli di quei migranti che in Sicilia arrivano seguendo flebili speranze. 

Sicilia, maledetta e amatissima. Dove impari a sbucciare i fichi d’india a sei anni e impari pure troppo presto che devi accettare quello che il cielo ti regala, senza romperti la testa perché, si sa, che domani comunque andrà meglio. Come continuano a dirci dal Cinquecento, come ha capito benissimo quella testa brillante di Camilleri in mezzo a tutte quelle sigarette. 

pubblicato su Gente d’Italia, 15/09/2006 e archiviato su Vigata.org