“Poema a fumetti” 50 anni dopo

Il mito di Orfeo rivive in una Milano onirica e nevrotica in cui l’ora di punta diventa un tram tra le nuvole che vomita diavoli, tra i tentativi di corruzione di un diavolo custode in guisa di giacca svuotata e un florilegio di donne prosperose e pronte a denudarsi. Rileggere oggi nel cinquantesimo anniversario della prima edizione il Poema a fumetti di Dino Buzzati è un viaggio verbovisivo tra le porte che si spalancano a volte nell’ombra di via Soterna. Tra le canzoni urlate nei night, tra i latrati del cane che graffia alla porta, latore di funesti presagi.

È la nostalgia di chi non ha più la morte a dar senso alle esperienze della vita. Una morte eterna senza più la fine: “Certo, felici, non devono più morire/non devono più patire malattie, ferite non ne esistono più. Nessuno ha fame, nessuno ha bisogno. Tutti uguali, parlano uguale/ mangiano uguale, si divertono uguale. Sono felici! Sbadigliano”. Ingoiati da uno sbadiglio che riecheggia per l’eterno dannarsi. Senza morte, definita “dono sapiente del Dio” non ci sono più grazie del mondo, non c’è più spazio neanche per l’amore. Grande assente è il mistero che dona senso e direzione ai nostri passi, teniamo di più alle cose che sappiamo di poter perdere.

È il 1969, l’uomo conquista la luna e i Beatles suonano per l’ultima volta insieme sui tetti della Apple Corps.

In apnea tra il mito di Orfeo e il viaggio di Dante, Buzzati traccia una storia senza tempo in cui l’eterno femminile gioca a irretire tra parole e vignette a piena pagina, altrettanti donnoni che poppute e vogliose accompagnano Orfi nel suo viaggio ultraterreno alla ricerca della bella Eura Storm, perché non c’è spazio per Virgilio nel fulgore della fine degli anni Sessanta. Sono donne fatte di ventre e cosce “che di giorno vi danno i bacetti e di notte le angosce”.

Il tratto di Buzzati si innervosisce, sintesi di pop-art e Dalì, incatenato a tracce di linee e destini, sino al ricongiungimento finale con Eura che sceglie l’eterno sbadiglio e non può fare altrimenti, condannando Orfi al perenne rimorso. Si interroga Orfi su dove finisca la passione e il desiderio quando di tutta una vita non resta che l’attesa, come quella del vecchio inquilino che scende a controllare se sia finalmente arrivata una lettera a rallegrare il vuoto dei suoi giorni.

Nell’immaginaria via Saterna tra via Solferino e via Garibaldi, meta quotidiana del Buzzati redattore del Corriere della Sera, si cela una porta che collega il nostro mondo all’aldilà, un inferno fatto di tanti inferni in cui c’è spazio per un’angoscia crescente. Tra case che mutano e vite fatte di giorni troppo uguali, Orfi è un cantante di successo che assiste impotente al funerale della sua amata che sparisce al di là di una diafana porticina.

L’inferno somiglia sempre a ciò che conosciamo, per Orfi è la sua Milano ma senza più speranza di oblio. Tutto è destinato a ripetersi. Per questo Eura gli chiede solo l’oggetto che da sempre rappresenta l’unico modo per dominare il tempo: l’orologio. Che lì dove il tempo non esiste più è ancora più prezioso, scandirà ciò che non è più, eterno ricordo di quella vita ritmata che lì non ha più consistenza.

«Sapevo in partenza che Poema a fumetti, libro fatto più di disegni che di parole, rischiava di avere, anche da parte dei critici, strane accoglienze. Prima di tutto: quali critici? Quelli letterari? O i critici di arte? Siccome l’assunto era fondamentalmente narrativo, si è seguita la consuetudine che vige per i romanzi. […] Confesso che mi aspettavo reazioni di scandalo, di disapprovazione, e anche di silenzio, dato che era umano un critico si trovasse seriamente imbarazzato a dover parlare di un prodotto simile. […] Ci sono stati sì dei settori di completo silenzio, sinonimi appunto di imbarazzo, se non di fastidio o disprezzo. Ma coloro che si sono occupati del libro l’hanno preso in genere molto sul serio, con una comprensione che non avrei osato sperare. Naturalmente qualcuno, apprezzando il mio lavoro, non ha mancato di rimpiangere il mio me stesso di una volta, come se lo avessi tradito. E in questo non so dargli ragione. […] Parecchi mi hanno rimproverato l’eccessiva frequenza, nelle pagine di ragazze nude disegnate con accento libertino. […] Tra parentesi, nonostante il noto boom del sesso, regna ancora da noi una curiosa pruderie, per cui basta una donna svestita a far parlare di pornografia».
Dino Buzzati, Corriere della sera, 8 febbraio 1970

«Il fatto è questo: io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa e le mie pitture non le può prendere sul serio.
Intendiamoci bene. Non intendo fare la vittima. Non voglio recitare la sgradevole parte di incompreso. So stare al gioco. E riconosco pure che il mondo cane alla fine non commette ingiustizie. E so benissimo che il mio gigantesco talento di pittore avrà un giorno il suo riconoscimento. Al Louvre, alla National Gallery, al Museum of Modern Art, al Modern Kunst Institut, a Valle Giulia, state pure tranquilli, c’è già un posto per me. Ma, per ottenere questo, bisogna che io prima defunga. Mi rendo conto della situazione. E mi rassegno.» Dino Buzzati

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