Spensieratezza sconosciuta

Caro pupo di zuccaro, in queste settimane mi capita di riflettere su quanto sia complicato godere dei momenti felici che ci capitano in sorte. Sono pensieri ingenerosi, forse persino ingrati. Talvolta mi ritrovo a passare pomeriggi con un tarlo che, laterale, da posizione periferica, mi sbriciola dentro. Rimugino su frasi e ragionamenti smozzicati qua e là. La vita è un pendolo tra la noia e il dolore, leggevo oggi. L’altro ieri, in una passeggiata tra i miei pensieri, mi soffermavo sulla delicatissima proporzione tra felicità e superficialità.  

Sono considerazioni, le mie, ingrate, pretestuose. Me ne rendo conto. Non conosco il concetto di spensieratezza. La mia vita oggi è serena, confortata dagli affetti, coccolata da piccole e grandi soddisfazioni. Così, arrivata la sera, osservando ciò che ho attorno, osservando chi è vicino a me quando chiudo le persiane di casa, mi rassereno. La stanchezza, il sonno, il bisogno di riemergere dall’apnea delle mie idee prevalgono. Mi scuote la consapevolezza che simili ragionamenti possono lambire solo chi ha la pancia piena e un animo placidamente inquieto.

Scrivendo queste poche righe, delle quali mi vergogno un po’, mi accorgo che vivere di ossimori significa vivere di parole. E chi vive di parole, in funzione delle parole, nel riconoscimento delle parole, difficilmente impara come godersi la serenità che crede di meritare.

Sempre tuo, Alessandro

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