Recchioni ha masticato il numero 1 di Dylan Dog con la stessa acribia con cui i Padri del deserto leggevano la Parola di Dio. Come se fosse in bilico tra lectio divina e rigore filologico. L’ha sminuzzato per bene, frullato, rivisto e rimontato. Perché sarebbe stato vano rifarlo shot-for-shot, un po’ come il remake di Psycho firmato da Gus Van Sant.

Recchioni conosce il numero 1 vignetta per vignetta. L’ha interiorizzato, studiato, amato, riscritto, sintetizzato e tradotto nel 2020. Tradotto nel senso pieno del termine: portato di peso dal 1986 al 2020. Il what if non riguarda Dylan, ma riguarda la differente temperie culturale che nel 1986 aveva prodotto quel Dylan Dog, fuori tempo massimo ai giorni nostri.

Copertina di Dylan Dog 401 realizzata da Gigi Cavenago

Su Dylan Recchioni ci ha scherzato su sin dalle pagine di John Doe – fatevi un regalo, recuperate almeno la prima stagione nella riedizione assoluta della Bao – poi ne ha scritto, l’ha rivitalizzato con una storia che è entrata a gamba tesa nel canone: Mater Morbi. Perché puoi trasformare quello che ami e conosci.

Partiamo dalla lettura sincrona dei tre numeri 1. Il nuovo inizio rappresentato dal numero 401 e il primissimo numero, affiancati da “La nuova alba dei morti viventi” del 2015. Con una breve incursione in Dylan Dog/ Batman.

La continuità è rappresentata dal lavoro di Corrado Roi, presente sin dal numero 4 dell’Indagatore dell’Incubo.  Non poteva essere affidato che a lui questo nuovo ciclo, il 666 che s’innesta nella lunga scia dell’impatto della meteora che ha riscritto Dylan Dog dalle basi.

Abbiamo lo stesso numero di pagine ma un diverso taglio delle scene.

Recchioni recupera l’intuizione che aveva già partorito in occasione del remake del numero 1, anche qui rivediamo Hamlin con la custodia del clarino, deus ex machina del primissimo numero che in Recchioni ha trovato coerenza logico-narrativa.

Qui non abbiamo il viaggio in treno a Inverness, né la sgambata in bicicletta. Tutto avviene nel laboratorio dell’anatomo patologo. Dove c’era apertura e spazi aperti, qui si sceglie di concentrare l’azione in unico edificio, dilatando quello che prima si era sintetizzato in 24 pagine. Questo primo albo copre lo spazio narrativo che nel numero 1 primigenio occupava le prime 38 pagine. Se ricordate bene, gli albi Bonelli prima avevano una divisione in capitoli. Era esattamente il primo capitolo, dal titolo alla scena in cui Xabaras che dà alle fiamme il laboratorio. Tutto avviene in questo spazio, nel primo tempo, tagliando l’appuntamento a base di pizza e cinema del nostro Indagatore, togliendo spazio alle vignette tratte da Zombi di Romero. Il caso è lo stesso: il ritorno dalla morte di John Browning, la moglie Sybil che assume Dylan per indagare. I personaggi tornano e interagiscono in maniera totalmente nuova. Per un Groucho che è stato rimpiazzato da Gnaghi, abbiamo Bloch che non è più in pensione, ma che anzi non ha più come nemesi il Sovrintendente…

C’è anche Jenkins! E ci sono Rania e Carpenter, quest’ultimo sempre con la faccia di Idris Elba e un motivo più che personale per odiare Dylan.

L’attacco al laboratorio che nel numero originale occupava da pagina 30 a pag. 36 qui diventa il motore narrativo dell’intero albo. Il tempo si dilata, portando Dylan dove non è mai stato prima, nel laboratorio dove il virus è stato isolato e individuato.

La gita a Inverness, non è un caso, ritorna invece in quel numero zero in cui Batman incontra Dylan Dog, lì è un altro il tassello del numero 1 che viene re-immaginato per accogliere il Cavaliere Oscuro. Lì c’è ancora Groucho, in una storia progettata esplicitamente anche per il mercato americano. Mandando così all’aria l’ipotesi della dipartita definitiva di Groucho per motivi di diritti internazionali. Le matite di Warter Dell’Edera, le chine e i colori di Gigi Cavenago nell’albo Dylan Dog/Batman hanno omaggiato anche a livello di design il numero uno, realizzandone una rivisitazione con fedeltà filologica. Basti guardare la Sybil che compare, scivolata direttamente dal 1986. Nel remake di Recchioni e Mammuccari “La nuova alba dei morti viventi” invece la scena del laboratorio non era proprio neanche considerata, lo stesso clarino la liquidava con una didascalia: “Non vi annoierò con i dettagli dell’indagine. Del resto questa è la mia storia non quella dell’indagatore dell’incubo”.

Un numero 1 quindi che viene rimontato in base alle necessità narrative, con una conoscenza piena della storia originale in cui sono gli spazi bianchi tra una vignetta e l’altra ad essere ripensati e riarmonizzati, riempendone i vuoti narrativi con soluzioni inedite in cui trovano spazio anche versioni completamente nuove di vecchi e nuovi personaggi. Era più credibile la soluzione in cui Xabaras era il padre di Dylan o questa in cui viene riconosciuto soltanto quanto già era palese nel rapporto tra i due storici protagonisti?

Il montaggio di questo numero 401 merita un capitolo a parte.

Qui Recchioni e Roi lavorano all’unisono. Pochi dialoghi corrisponderanno a una delle sceneggiature più dettagliate dell’autore e curatore romano. La gabbia bonelliana si piega alle esigenze della nuova storia, che prende, rimonta e riattualizza il meglio delle due versioni precedenti. Come in una novella sciarada, la cornice resta la stessa ma il montaggio analogico procede per strappi e nuovi sentieri che si aprono semplicemente riorganizzando il materiale magmatico di partenza.

Andando al cuore di lava della storia che in questa nuova versione riparte dal clarino, quindi da “La nuova alba dei morti viventi” per poi recuperare l’affacciata di casa Browning nella tavola del titolo. Due universi con la stessa matrice di partenza ne danno origine a uno totalmente nuovo in cui la pala, il teschio fluorescente, il nuovo assistente, la barba e il cappotto tanto odiato dall’altro Dylan sono solo il contorno. Il piatto forte è rappresentato dalla storia che si riorganizza. A quel numero 1 piace cambiare. Mantenendo immutato il taglio volutamente cinematografico in cui il turbine di citazioni che vengano da film degli anni 70 o del 2000 poco cambia. Bisturi o proiettili, sempre alla testa si deve mirare.

Il frontespizio di questo ciclo riprende e riattualizza quello dei primissimi numeri di Dylan Dog, quello disegnato da Claudio Villa. Riprendendo i mostri classici ma ribaltandoli. La copertina invece omaggia uno degli schizzi realizzati da Villa per una mai nata riduzione a fumetti di Dellamorte Dellamore.

Dylan Dog N° : 401
Periodicità: mensile

L’alba nera

uscita: 30/01/2020
Formato: 16×21 cm, b/n
Pagine: 96
Soggetto: Roberto Recchioni
Sceneggiatura: Roberto Recchioni
Disegni: Corrado Roi
Copertina: Gigi Cavenago