L’invenzione di noi due: un romanzo che germoglia

Un pugno allo stomaco, che parte dal basso e sconquassa tutto: vertebre, organi, pelle. Un romanzo fatto di parole e dedicato alla loro potenza. Perché le parole cambiano tutto, in bene o in male. Soprattutto quando sono scritte, capaci di reinventare il nostro mondo. Questo l’effetto de L’invenzione di noi due, primo romanzo di Matteo Bussola che arriva oggi in libreria, con un debutto atteso e più volte rinviato per l’emergenza che ha cambiato il nostro stesso senso del tempo. Si è fatto aspettare, come tutte le cose belle. E la storia cresce come la spiga che diventa grano. Bussola lascia la parola a Milo che racconta il progressivo disamorarsi della sua Nadia, che, per una promessa che viene prima di tutto il resto, non lo lascia, condannandosi così a una profonda infelicità. Sono passati quindici anni dal giorno del sì, mentre Milo scorge lampi della perduta gioventù nei segni dello scorrere del tempo, per Nadia è diverso: Milo è diventato opaco, ha sacrificato i suoi sogni, si è progressivamente nascosto dietro quei muri che da architetto tracciava e ammirava. Milo Visentini, 47 anni, gentile sin dal nome, appesantito nel fisico dalle difficoltà e Nadia che crede che le parole siano azioni.

Un amore che inizia su un banco di formica verde per un tiro di dadi del destino, un banco condiviso in tempi diversi, per il gioco di incastri di un doppio turno che impedisce ai due di incontrarsi. Inizia con la Domanda, l’unica che forse si merita l’onore e l’onere della maiuscola: “Chi sei?” scrive Nadia e, giorno dopo giorno, su quel banco inizia un amore immaginato tra i due adolescenti, che va avanti di pari passo con l’alternarsi delle stagioni. Quando finalmente Milo decide di scrivere sul banco il suo numero, qualcuno decide finalmente di nettare il banco. Un bidello? Un compagno geloso?

Questa è la storia di come mi sia riuscito di tramutare l’amore in cenere e poi la cenere, di nuovo, in amore.
La prima cosa fu il mio sbaglio. La seconda, la mia colpa.

Come ci insegna l’amore a prima vista della Szymborska “Ogni inizio infatti/ è solo un seguito/ e il libro degli eventi/ è sempre aperto a metà”.

Inizia così la storia d’amore tra Milo e Nadia, iniziata con le parole e un vestito da sposa giallo. Nadia cova il suo sogno di scrittrice, Milo mette da parte il tavolo da disegno e si ritrova a fare il cuoco in una piccola osteria di Verona. Passano gli anni e i figli non arrivano. Piano piano le cotolette notturne mangiate nudi a letto diventano un lontano ricordo. Milo continua ad adorare sua moglie, bella come Julianne Moore, scorge la sua bellezza in ogni segno del tempo. Per lei è diverso, non riesce a trovare il suo spazio nel mondo e si nasconde nel suo lavoro al giornale, per tornare davanti allo schermo troppo vuoto del pc e cercare l’inspirazione sopita in notti in bianco. Come in Lady Hawke finiscono con non incontrarsi più. Lui ritorna dal servizio serale e lei già dorme. Quando lui si sveglia lei è ancora profondamente addormentata. Si spegne lentamente anche la passione. E Milo che la desidera ancora piano piano se ne fa una ragione.

Poi il destino lo riporta davanti a quel banco, in quell’aula in cui tutto ebbe inizio e lì, una frase incisa da uno studente gli fa lampeggiare l’idea: scriverà a sua moglie per riconquistarla, per “rincontrarla ancora una volta come la prima volta”. Ma non come Milo, indosserà una maschera, fingerà di essere un uomo appena lasciato dalla sua donna, con ancora gli scatoloni della vecchia vita in giro per casa. In una Verona che gioca un ruolo fondamentale nella storia, Milo tra una birra e una sigaretta, in sella alla sua Vespa rossa aspetterà la risposta a quella e-mail. E la risposta arriva. Mail dopo mail, Milo costruisce il suo rivale. C’è il Paul Auster de “La notte dell’oracolo” in filigrana, ci sono pezzi di canzoni, fumetti e fumettisti come Hugo Pratt e Andrea Pazienza, metafore che appartengono a due sfere semantiche: i frutti della terra, così simili all’architettura e alla cucina e un elogio costante e continuo alla forza delle parole, capaci di far la muta alla vecchia pelle, consunta dal logorio dell’abitudine, dei giorni troppo uguali. È un romanzo di carta e parole, come la diga che Milo frappone fra sé e il mondo. E le parole, come dice Nadia, “sono azioni e fanno succedere le cose […], una volte pronunciate, esistono”.

Questo primo romanzo di Bussola arriva dopo la quarantena, non a caso. Il rinvio della data di uscita getta una luce nuova tra le sue pagine. Tante coppie hanno riscoperto forzatamente con chi hanno deciso di dividere la vita. È un romanzo duro, in cui ritroviamo lo stile e le similitudini che tanto abbiamo apprezzato nel narratore scoperto prima su Facebook e poi tra le pagine dei suoi best-seller. Però qui, a differenza di Notti in bianco e baci a colazione e La vita fino a te, quelle parole pensate, tracciate e infine disegnate sono messe al servizio di una storia. Una storia che avvolge e si sviluppa sin dalla scelta delle parti che la compongono: spiga, grano, farina e acqua

Un romanzo che andrebbe regalato a tutte le coppie che decidono di dividere la vita, per scansare la progressiva opacizzazione e l’eccessivo disvelarsi. Per farsi di nuovo parola, per scoprire chi sono io e chi sei tu in ogni coppia, con la forza infinita e primigenia di quei segni a matita su un banco tanti anni prima, per ricominciare a immaginarsi.

P.S. L’abbiamo letto io e la mia compagna a lume di candela, a voce alta, un capitolo ciascuno, come le lettere che si scambiano i due protagonisti.

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