L’altro giorno camminavo nel luna park dismesso che è diventato il Cassaro delle mattine post-pandemiche senza i turisti: dalla cattedrale a porta Felice si scivola in un corso Vittorio pulito e vuoto, misto tra città fantasma e salotto incellophanato per ospiti che non vengono mai. Per questo, all’altezza di piazza Pretoria lo stupore mi ha fatto svitare la testa al cumulo di immondizia, erbe incolte e ciarpame vario che ricopriva le scalette dirette alla bellissima fontana. Non poteva essere vero! Infatti, era un set cinematografico.

Stanno girando una cosa per Sky, mi dice l’addetta municipale alla deviazione pedestre oltre le macchine e i carrelli della produzione. Non si possono scattare foto! Così, continuo verso il mare e penso: vedi che occasione diventa a Palermo il centro storico in formalina, senza più auto e coi bottegai convertiti allo smercio di patatine olandesi, magliette e orrendo folclore di plastica. Questa pulizia non è un collo scoperto solo a favore dei canini turistici, ma una giugulare buona anche per il grande schermo. Quanto costa una finta arancina? Quanto, l’affitto di una scala che dà su piazza delle vergogne? I piccioli su’ piccioli, bene così.

L’orgoglio controverso che ho provato per la presenza di una grande produzione in città, sorta di fierezza da puttana arricchita ormai convinta di essere in pari con gli anni venduti alle lenzuola, si è sgonfiato di colpo appena ho letto che poco lontano da lì, nel quartiere Danisinni, sempre in questi giorni, stanno girando un cortometraggio dedicato alla santa patrona della città. Titolo: Rosalia a Danisinni. L’iniziativa è del Laboratorio teatrale DanisinniLab, nato in seno al Museo Sociale Danisinni e condotto dal regista palermitano Gigi Borruso, autore anche della sceneggiatura e testimone negli ultimi due anni dell’umana vitalità che popola il rione, scenario di un contributo che alla città serve molto più delle suddette pulizia e formalina.

Alla fine della quarantena sembrava tutto finito per gli allievi del laboratorio. Difficile riprendere le attività. Malgrado le riunioni in video nelle settimane di chiusura avessero tenuto a galla il senso del collettivo, la fine del blocco li aveva riconsegnati a un’impossibile vicinanza di palco e a un quartiere molto provato. E poi, sono già due anni che il gruppo eterogeneo di allievi – studenti, pensionati, disoccupati, operatori sociali – si impegna senza il concreto sostegno di enti o istituzioni. Il riscatto del territorio attraverso l’arte, le energie spese per il rinnovamento e la riqualificazione del quartiere, la costruzione di un nuovo senso di comunità con lo studio teatrale, erano già parte della scia luminosa che aveva moltiplicato in desiderio creativo e autonomia di buona volontà i primi unici tre mesi di esperienza patrocinati dal teatro Biondo, lo stabile di Palermo. Alla fine della primavera scorsa, il gruppo aveva poi definito lo studio per uno spettacolo su Antigone che era stato messo in scena in varie case del quartiere. Bei momenti, grande soddisfazione, ma perché insistere? Mantra diabolico che spesso Palermo ti mette nelle orecchie.

Invece, al sommo della sfiducia, la necessità di andare avanti non si è mai vista più chiara di così. E come per un istinto di rilancio, il laboratorio si è allargato facendo scena a cielo aperto e coinvolgendo nel progetto sulla santuzza altre persone del quartiere. Complice forse anche la tematica molto sentita, con la collaborazione dell’associazione Insieme per Danisinni, della parrocchia S. M. Agnese e di un’altra realtà artistica indipendente – la Scuola di Cinema Piano Focale – in questi giorni un gruppo di sconosciuti (il mondo è loro, diceva Salvo Licata) sta girando così una storia sulla faticosa traduzione quotidiana di una religiosità che indaga il senso della promessa, dell’attesa, del sogno e della rinascita attraverso le immagini e le parole del quartiere Danisinni, frammenti di vita attuale e memoria di alcune figure centrali nella vita del rione scomparse da poco.

La presentazione del cortometraggio è prevista per i primi di settembre, intorno alla festa liturgica di santa Rosalia (4 settembre) e della tradizionale “acchianata” a Monte Pellegrino. Aspetto con ansia di vederlo e immaginare, oltre le varie sequenze, le lunghe giornate di confronto e impegno, il frutto importante di una lavorazione “a costo zero” che però ha già ridato a una comunità il valore insostituibile che le è proprio, la vita stessa del quartiere e l’impertinente desiderio di esserci.

Non lontano dalla grande produzione Sky e dalla sua miseria finta, scenografica; non lontano dalla città pettinata e immobile come una giostra ferma; non lontano dalla teca museale dove la santuzza quest’anno non sfilerà, per motivi di “coviddi”, è la Palermo che non si vede in tv a preparare l’ennesimo miracolo: il desiderio di costruire ancora qualcosa, la voglia di proporsi, la fiaba dell’unica rinascita possibile. Quella che si fa insieme.