Giuseppe fa il pastore di macchine nella piazza sotto casa mia. Passa tutto il giorno, dalle otto alle tre o quattro di notte, in questo campo di asfalto per quattro monete che a sommarle però alza molta più grana di me ogni mese. Il sole dell’estate palermitana gli ha fatta una pelle di rame scuro interrotta solo dagli occhi verde paradiso sotto la pelata. Ha una faccia da cinema che pare Zingaretti ma se apre bocca non pensi affatto a Montalbano. Ti sembra invece di sentire parlare i calli e le abrasioni che gli fanno le ciabatte sui chilometri a spirale macinati al lavoro. Una sera che tornavo a casa mi ha chiesto con l’innocenza di un bambino se avevo del borotalco per i piedi e ultimamente lo vedo sempre con ciabatte diverse – parte della divisa, insieme al borsello a tracolla che ne identifica la professione. Abusiva, si direbbe. Ma con chi ti vuoi lamentare? Con lui che ha fame, con la polizia che non lo caccia sapendo benissimo che cosa fa o con chi gli dà il lavoro perché nell’altrove lecito non ce n’è?

È stato pure tre anni a Roma a montare condizionatori e cazzeggiare nei locali di Torvajanica. Poi, la famiglia, le cose, – che vuoi fare – tornai e mi rovinai, dice. Ha una figlia di dodici anni e uno di un anno che si chiama Gabriel, mi fa vedere la foto sullo sfondo del cellulare. Non lo usa tanto, pur vivendo tutto il giorno fuori. Quello che vede basta e avanza contro la noia, è uno spettacolo che cambia in base alle ore del giorno, tanto vario che forse registrare notizie sempre fresche sul rione vale molto più che la semplice pettinatura delle auto forestiere: la piazza brulica in continuazione di eventi se resti fermo a osservare e sentire i discorsi sotto le finestre aperte dei palazzi intorno.

Di mattina, così, il pastore di lamiere saluta chi lavora in zona, facce conosciute – buongiorno, dottore (nel gergo sono tutti dottori e professori) – o sfotte gli sposini che vanno a nozze nei locali attigui del Comune con baracca di parenti colati nei vestiti sintetici che scoppiano per la dieta a base di panelle e crocchè. Il pomeriggio è la fascia più tranquilla, ci si può rilassare all’ombra dell’albero, parlare coi passanti e seguire la sveglia dei locali che iniziano ad allestire i tavolini sulla strada – il Comune per l’emergenza sanitaria ha allargato lo spazio esterno utilizzabile dai gestori levando così almeno dieci posti macchina, disgraziato. La sera è l’impegno maggiore: grazie ai locali del centro storico, Giuseppe pascola senza sosta le lamiere dei mondani anche sulla doppia fila sapendo a che ora torna questo, dov’è andato per un attimo quell’altro, e saltando come un grillo tra figli di papà allicchittati e sessantenni ciondolanti in cerca di un gelato. Di notte, infine, si apposta in un angolo o sul muricciolo del giardinetto comunale aspettando l’uscita delle ultime auto, a debita distanza dalle risse degli ubriachi, dai tossici che si bucano e dagli amanti che cedono prima di arrivare a casa.

Fuma improponibili King blu “da cento” e qualcuno dice che la moglie l’ha buttato fuori. Chissà dove dorme le sue cinque ore. Se arrivo e non c’è posto mi fa mettere dove capita e citofona quando se ne libera uno buono, uno cioè dove può far mettere dietro un’altra macchina, tanto io non la muovo più: ‘nsamai, dottore, dovesse uscire – può sempre capitare un’emergenza – si infila da stu lato e fa il giro, mi rassicura. Da qualche settimana ha smesso di darmi del lei, forse adattandosi al tu che gli ho sempre dato io, credendolo coetaneo e per influenza dell’uso allocutivo romano. Confesso che ogni tanto, poi, aspetto un posto buono seduto accanto a lui e sgraniamo due parole. Devo preoccuparmi di questo avvicinamento? Naturalmente io non sono un cliente, questa è casa mia e prima si deve chiudere il quartiere, poi si pensa agli altri.

Chissà se i radicalisti del monopattino elettrico o i loschi centauri dello spaccio che sfilano senza casco verso la Vucciria lo notano. Giuseppe non se lo chiede nemmeno, niente si chiede. Forse non pensa manco a niente, che è meglio: cchiù longa a pinsata, cchiù grossa a minchiata. Se qualcuno lo avvicina, due parole comunque non gli mancano mai e non c’è attimo che abbassa o sbatte gli occhi mentre ti parla, al limite guarda lontano, verso le auto in arrivo. Le richiama al pascolo con la voce arrugginita, senza usare il fischietto come altri colleghi. Alza la mano e dal mistero che gli abita dentro chiede: posteggio?