di Giorgio Manganelli

Qualche tempo fa, non molti mesi, mi son messo a rileggere dei libri che avevo conosciuto, frequentato, variamente diletto. Si dice spesso che in Italia si legge poco, e forse non è più vero come una volta; certo, molto non si legge; ma quanto si rilegge, vorrei sapere?

Una civiltà letteraria non è fatta di letture, è fatta di riletture; forse, semplicemente una civiltà. Ci sono generazioni che hanno conseguito una dignità duratura leggendo e rileggendo un solo libro, la Bibbia. Non leggevano altro, ma tanto bastava a farli individui colti, talora artisti, letterati, scrittori.

I Promessi Sposi, la Divina Commedia sono stati libri perenni; come in altre letterature il Don Chisciotte, Guerra e pace, e, naturalmente, l’Iliade e l’Odissea. Non credo che per noi, soprattutto per chi fa professione di una qualche letterarietà, esista più il libro perenne. Se dovessi indicarne uno che per me si è avvicinato ad esser tale, indicherei le Operette morali di Leopardi.
Rileggere è una esperienza che non ha nulla a che fare con il leggere; leggiamo un libro che non conosciamo, può essere un classico che abbiamo ignorato – qualche volta arrivano da noi dei russi, dei polacchi, degli scandinavi che non abbiamo mai conosciuto –, può essere un giovane scrittore all’opera prima, o più raramente un inedito di un antico scrittore.
In ogni caso, leggeremo mossi da curiosità, interesse, magari una punta di disagio per la nostra scoperta ignoranza; saremo un po’ come degli spettatori al cinema, vediamo cosa succede, come va a finire. Se, finito il film, usciamo e già sappiamo che quella esperienza è finita, vuol dire che non è successo nulla; molti libri, anche importanti, interessanti, entrano nella nostra vita e se ne vanno. Rileggerò Forse che sì forse che no? Appunto: mi ripeto il titolo. Ho un vago desiderio di rileggere le Memorie di un italiano del Nievo; da molti anni non le prendo in mano, ecco un libro che ho letto una sola volta.

Esiste una rilettura immediata, quella che è pressoché la regola per una recensione; è una rilettura interessante, perché non è distratta da preoccupazioni esteriori; che succederà ora, come va a finire, lo spiega o non lo spiega. Questa rilettura immediata rivela pieghe, implicazioni, allusioni che ad una prima lettura sfuggono; in verità, ad una prima lettura sfugge quasi tutto; suppongo che la maggior parte dei best-seller moderni non conoscano la rilettura: posso leggere con qualche divertimento un thriller come La cruna dell’ago, ma l’idea di una rilettura immediata mi fa orrore; ma debbo riconoscere che ci sono libri gialli o di fantascienza che sanno farsi rileggere a distanza: mi è capitato con The Puppet Masters (Il terrore della sesta luna) di Heinlein, e con Mad Universe (Assurdo universo) di Frederich Brown. Cercavo di ritrovare certe emozioni, e qualche volta ci riuscivo.
Sto tuttavia pensando ad altre riletture. Recentemente ho riletto: la Giostra del Poliziano, il Morgante del Pulci, l’Orlando furioso dell’Ariosto, la Gerusalemme liberata e l’Aminta del Tasso. In nessun caso era la prima rilettura; forse la quarta o la quinta. Dunque, dovevo conoscerli, quei libri; eppure il sentimento dominante è stato di sorpresa, di curiosità, di scoperta dell’inatteso. Scoprivo la specifica melodia dell’ottava del Poliziano, che sembra alludere profeticamente all’Ariosto, mentre affatto se ne discosta il Pulci, che ha qualcosa del Dante incanaglito (i sonetti con Forese Donati?); ho goduto incredibilmente il puro gioco labirintico dell’Ariosto, libro dalle infinite ambagi, impossibile ricordarlo in tutti i suoi anfratti. Ed ecco la Gerusalemme liberata, non ricordavo, non sapevo che fosse un libro così palesemente tormentato e tormentoso, ed ecco che poi mi accorgo di altro che avrei dovuto sapere, l’aggettivazione del Tasso è del tutto diversa da quella dell’Ariosto, tanto quest’ultimo è in genere pacato e funzionale, tanto il Tasso è drammatico, ingegnoso, prezioso. L’Aminta la so quasi a memoria, ma quando la rileggo mi dimentico di conoscerla, ritorno un primo lettore, restando insieme il rilettore, colui che, camminando per casa propria, la scopre di una inedita meraviglia, come se l’avesse trascurata. E invero, chi legge una volta, trascura.

Il rileggere è questa alleanza discorde: insieme ritrovare, riconoscere e scoprire; trovare ciò che la lettura precedente, o anche più letture, non ci aveva rivelato. Il libro riletto ci offre qualcosa che nessuna lettura, per quanto accurata, poteva darci. La prima lettura può anche essere un innamoramento; ma esistono delizie di amorosità mentale che si abbandonano solo dopo anni di solidarietà, di complicità. Ecco, forse, come accade, sono inciampato sulla parola giusta; ci sono libri che esigono complicità, una attenzione maliziosa e un po’ disonesta, nel senso che non deve esitare a coscientemente fraintendere, o lasciarsi illudere da un gioco astuto, un poco in malafede. Un’altra parola che mi piace: esiste una malafede dei grandi libri che è l’ultima a lasciarsi riconoscere, un gioco dentro un gioco, una allucinazione, addirittura una moneta fuori corso, o falsa, secondo le nostre ubbie monetarie, con cui acquistare una pietra rara, forse inesistente; nel cuore del grande libro sta il nulla più prezioso, irrepetibile. Per accedere a quel nucleo fatale, inafferrabile, in bilico squisito tra esistere e non esistere, occorre rileggere, camminare per strade che crediamo di conoscere, aggirarsi per anfratti che ci illudiamo di conoscere a memoria, scrutare ciò che abbiamo guardato, guardare ciò che abbiamo scrutato, essere superficiali dove abbiamo osato essere profondi, cercare nella superficie quella profondità che abbiamo creduto di trovare altrove.
Mi accorgo di non aver nominato un libro che più di tutti mi pare sia così insieme segreto ed esplicito, forse quello che più spesso ho letto, riletto e spero rileggerò: un libro ovvio e segreto, l’inesauribile Pinocchio.

Giorgio Manganelli, Il rumore sottile della prosa, a cura di Paola Italia, Biblioteca Adelphi, 286, 1994, 2ª ediz., pp. 261, isbn: 9788845910579