Matteo perde un treno e questo semplice gesto è l’avvio per scandagliare le mille storie che accadono quotidianamente in uno di quei non luoghi per eccellenza: la stazione.

Continua a farsi strada con forza la “voce” del Bussola scrittore, l’auto-fiction che abbiamo conosciuto e amato nei primi due best-seller Notti in bianco, baci a colazione e La vita fino a te aveva già lasciato spazio alla storia di Milo e Nadia ne L’invenzione di noi due, qui Matteo-personaggio ritorna per tracciare la cornice letteraria entro cui si muovono i personaggi de Il tempo di tornare a casa, pubblicato come i precedenti da Einaudi.

Ci sono alcune della caratteristiche che già conosciamo: la copertina diventa lo spazio per apprezzare ancora una volta un’altra valente rappresentante del mondo dell’illustrazione e del fumetto: Bianca Bagnarelli. Una consuetudine che continua sin dai tempi del primo libro.

Conosciamo così LaMarta, che ormai ha inglobato l’articolo nel suo nome e nessuno più chiama in maniera diversa che consuma la sua attesa beckettiana nella sala d’aspetto in compagnia delle sue buste, conosciamo Davide, Giulio, Renato, Giada, Giuletta e Antonio. Piccole storie tenute insieme dal filo comune della stazione. Un libro sull’amore e su tutte le sue possibili declinazioni, ma soprattutto un libro sulle attese perché come ci ricorda una delle tre frasi dell’esergo con George Perec “Forse la felicità si trova solo dentro le stazioni”.

Perché come scrive Bussola nell’introduzione: “Ma tra una fine e un nuovo inizio esiste una stagione dai confini incerti, un guado in cui può capitare di smarrirsi: è il tempo dell’attesa.” Ecco, sin dalle prime pagine l’amore, la vita, perfino i conigli che compaiono tra i capelli di uno dei personaggi si confrontano con il semplice gesto di aspettare. Centrifugati da mille impegni quotidiani ci vuole l’ardire e il cuore di pionieri per recuperare l’assoluta voglia di non far nulla. È quello che decide di fare Matteo nelle prime pagine:

“Non voglio ammazzare il tempo, non voglio ingannarlo, voglio solo che il tempo mi attraversi come sabbia in una clessidra. Voglio ascoltare, assaporare, respirare. Senza preoccuparmi di nulla, per una volta, senza dover correre da nessuna parte”.

Bussola è riuscito a scrivere un libro sul tempo dell’attesa, scrivendo tangenzialmente della pandemia senza mai nominarla. L’abbiamo ancora sulla pelle e sulle ossa, ricordiamo tutti quei lunghi giorni segregati in casa, impastando pane e consumando ogni serie disponibile su Netflix. Eravamo spiazzati perché, nel baluginare del tempo che costantemente infilziamo spolliciando sui nostri smartphone, non sappiamo più stare in nostra compagnia, lasciandoci attraversare “come sabbia in una clessidra”. E pensare che basterebbe così poco, semplicemente aspettare e basta per avere un’intera biblioteca di storie da sfogliare senza fretta perché come dice un personaggio che ritorna per la felicità dei lettori del Bussola (non sveliamo di più per non guastare la sorpresa): “non siamo noi a trovare le storie. Sono le storie a trovare noi”. Perché è vero da sempre: le storie servono a dare senso alle nostre attese.

Questo libro inizia con Tondelli e a Tondelli era ispirata anche una delle canzoni del “primo” Ligabue, la colonna sonora perfetta per “Il tempo di tornare a casa”. Si intitola Dove fermano i treni, Ligabue la racconta così: “un posto di confine assolutamente affascinante, di incontri, partenze di vita, un teatrino di vita: la stazione”.

Un pensiero riguardo “Elogio dell’attesa. Il nuovo romanzo di Matteo Bussola

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