di Rossana Giglio

Mi chiamo Rossana Giglio e sono una correttrice di bozze. Lo so, non è l’incipit che ci si aspetta da un testo che dovrebbe raccontare del primo anno di una docente, ma il fatto è che io, ancora, insegnante non mi sento proprio.

Eppure, ho messo in ordine tutti i tasselli del puzzle per arrivare, in una tiepida mattina di dicembre, dinanzi a venticinque sedicenni che mi scrutavano con occhi curiosi. Ventiquattro crediti per l’insegnamento, quattro materie per fare fruttare una laurea in filosofia, facoltà scelta nell’età dell’incoscienza, iscrizione all’università per conseguire il titolo di super-professoressa di italiano: c’è parecchio posto per chi insegna lettere, consigliano gli amici, quelli che sono insegnanti “seri” da anni.

Pare, infatti, che qualcuno ci nasca con la passione dell’insegnamento e che altri ci arrivino per imperscrutabili passaggi del destino. Direi di potermi piazzare esattamente a metà, se riavvolgo il nastro della memoria a sei anni e alle bambole sedute attorno al tavolo cui facevo lezione. Una visione un po’ inquietante, lo ammetto, ma così è…

Spedita la messa a disposizione, il giorno che neppure ci speravo più, la telefonata. Inizi tra tre giorni. Scuola professionale. Classe di solo ragazze, future “operatrici del benessere”: il panico più totale. Parte la sequela di telefonate di conforto perché non dovrò andare a caccia di refusi su un foglio che male proprio non può farti, ma avrò di fronte venticinque, e sottolineo venticinque, donzelle in carne e ossa.

La mia migliore amica, Giorgia, docente seria per l’appunto, ascolta i deliri dei miei messaggi vocali che superano il limite di tempo concesso al rispetto del padiglione auricolare altrui ma risponde, sorprendentemente con garbo e affetto, con l’unica cosa saggia da dire in questi casi: sii te stessa.

Il fidanzato, che ti domandi se rinuncerà al proposito manifestato qualche mese prima di prenderti in moglie dopo le interminabili lamentele corredate da lacrime di terrore nero, dà il proprio contributo: insegnante serio pure lui, non potrebbe fare altro.

Mi prendo la briga di tediare chiunque mi passi sotto tiro, e individuo persino un amico che ha proprio insegnato in quella scuola, Gianluca: sfilza di messaggi anche per lui. Mi rendo conto che la gente mi vuole bene, è paziente e ben disposta: se dovessi fallire rimango comunque una correttrice con degli amici!

Il giorno della mia prima lezione giungo a scuola che non sono neanche le 7.30, tra l’incredulità e probabilmente compassione della tutor che mi rassicura: imparerò a gestire meglio il tempo. Cosa abbia provato nel momento in cui ho varcato la soglia della classe è difficile esprimerlo a parole, e dire che ci lavoro tutti i giorni da anni con le sillabe messe l’una vicino all’altra. Mi presento, con le occhiaie di una notte insonne coperte magistralmente da una mano di trucco che andrebbe bene persino a Hollywood. Loro mi osservano, fanno domande, vogliono sapere tutto della mingherlina giovane donna che hanno di fronte.

Noto che sono tutte bellissime, roba che io a sedici anni sembravo venire da un altro pianeta in confronto. Capisco di dovere assumere l’atteggiamento di chi non intende squalificarle per la scelta di volere imparare un mestiere anziché prepararsi per l’università, altrimenti sono fregata.

Chiedo loro di fare un tema. Scrivete di voi, consiglio, per poterci conoscere meglio. Scoprirò qualche ora dopo, a casa, di grandi lutti e dolore, di sogni infranti e profonde paure. Una di loro si lancerà in una intima confidenza, dichiarando di potersi fidare di me  e io piangerò nel leggere le sue parole, perché non ho ancora imparato a gestire le emozioni.

Nei mesi in cui a tratti le ho odiate e mi sono lasciata prendere dallo sconforto, ho scoperto però di non potere più a fare a meno di pensarle, fuori e dentro quell’aula a volte chiassosa e insopportabilmente faticosa da gestire.  Ho scoperto che una futura estetista può amare Dante, che scrivere bene non è l’unica cosa che conta ma che si deve imparare a farlo, che i pregiudizi sono la cosa peggiore da estirpare.  Le ho ascoltate esprimere opinioni su temi importanti e parlare di argomenti futili, dedicare tempo alla letteratura ma anche alle loro emozioni, scoprendo mondi meravigliosi.

Ho imparato a dosare intransigenza e indulgenza, a capire quando era il caso di insistere con le “sudate carte” e quando era giusto, semplicemente, mettersi in ascolto. Ho assistito a pianti isterici per una storia d’amore finita male, a occhi pieni di gioia per un regalo inaspettato, a liti e riconciliazioni.

Tra quelle quattro pareti, dietro una mascherina e con gli occhiali maledettamente appannati, ho riso e scherzato con loro, ho alzato la voce, mi sono sforzata di mantenere il mio ruolo anche quando avrei voluto abbracciarle e non potevo. Oggi, consapevole che probabilmente non le rivedrò mai più, sono fiera di quello che loro hanno imparato ma, soprattutto, del viaggio emotivo straordinario che mi hanno donato.

Io non lo so se riuscirò mai a diventare “brava” come i miei amici o il mio compagno, se imparerò a raccapezzarmi tra consigli, collegi, relazioni e affini. Quello che posso garantire è di averci messo tutta la buona volontà del mondo e, per questo, non vedo l’ora di riprovare a farlo.

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