Sto diventando calvo. Una nota di Matteo Bussola

Matteo Bussola. Segnatevi questo nome, perché siamo sicuri che presto ne sentirete parlare al di là del mondo delle nuvole parlanti di cui Matteo è già un valente esponente. Dopo il tramonto dei blog, il Bussola ha preso ad aggiornare la sua pagina facebook con note via via più dense che ti conquistano con il loro stile piano e concreto. Che sa di buono, come il vin cotto quando soffia il vento di neve o il pane appena scaldato nel forno a legna. Quella di oggi è solo uno dei tanti esempi. Chiedegli l’amicizia nel regno dei pollici alzati, non ve ne pentirete. 

Sto diventando calvo.

Ormai è un fatto. In realtà, è un processo che è in corso da parecchi anni, più o meno da quando ne avevo ventuno.

Dato che fino a un lustro fa avevo capelli lunghissimi e lisci, come quelli di Daniel Day Lewis ne “L’ultimo dei mohicani”, potete ben capire che è (stato) un processo graduale. Ma ormai, ci siamo. Quando dietro ti compare un principio di “piazzetta”, significa che hai finito.

La cosa bella è che non me frega niente.

In passato, lo ammetto, me ne sono fatto un cruccio. Ho affrontato varie *terapie* nel corso degli anni. Non che stessi tecnicamente diventando calvo già allora, ma notavo la stempiatura che arretrava, i capelli che si assottigliavano, e vivevo la cosa come una profonda ingiustizia alla quale non intendevo rassegnarmi senza combattere.

Ne ricordo una in particolare, fatta nella seconda metà degli anni novanta. Si chiamava: “Rigenera”. Credo che oggi la usino per curare la cellulite nelle donne, immagino senza esiti nemmeno lì. Funzionava col principio della vacuum terapia. Nella pratica, mi venivano applicate delle pompette in testa che si incollavano al cuoio capelluto come ventose. Queste ultime, erano collegate a un macchinario che “richiamava” il sangue, riattivando la circolazione periferica del bulbo. Una specie di succhiotto sulla testa, via. Non servì a un cazzo, a parte a farmi girare con dei bozzi rossi che duravano cinque giorni – e la terapia era settimanale, perciò. In compenso, mi fece venire la forfora.

Con l’esordio del nuovo millennio, caddi anch’io nel tunnel degli shampoo fortificanti, le lozioni e tutto il resto, ma il risultato fu solo che mi aggiravo per il mondo con lo scalpo perennemente profumino alle essenze più esotiche. Il sabato sera, quando uscivo, pareva sempre avessi appena abbracciato Moira Orfei.

Quattro o cinque anni fa, ho tentato l’ultima con il Proscar a base di finasteride, di cui si dicevano mirabilie. “Funziona sul 90% degli uomini, mentre nel rimanente 10% non sortisce alcun effetto”, diceva il bugiardino. Però come effetti collaterali potevano esserci – così stava scritto – “un aumento delle dimensioni delle ghiandole mammarie” (ce le hanno pure gli uomini, sì).

Riassumendo: sui capelli non funzionò ma mi vennero le tette. Furono sei mesi interessanti. Continue reading “Sto diventando calvo. Una nota di Matteo Bussola”

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Madrid e la riscoperta della lentezza

di Silvia B.

Alle otto e mezza del mattino a luglio c’è già un sole splendido, ma ancora non caldo. La luce bacia qualsiasi superficie e il concetto di ombra appartiene a un passato recente. Sento i gabbiani, nonostante io sia nel centro della città, e mi sento vicina al mare. Gli spazi ampi della Gran Via e il bianco della maggior parte degli edifici, altissimi, imponenti, rendono tutto ancora più luminoso e lo spazio tra una persona e l’altra diventa quello giusto, non troppo stretto, non accalcato e intollerante, non troppo largo, non freddo e solitario.
La gente cammina senza il timore di incontrarsi, e per questo non si scontra mai. Nessuno ha da difendere il proprio spazio, nessuno impone la propria traiettoria.

Il buongiorno non è uno solo, qui mi augurano “buoni giorni”, un plurale che ad ogni saluto ti fa sentire un po’ al 31 dicembre, come se nei sorrisi degli occhi fossero riflessi i bicchieri di un brindisi alla gioia. È un po’ questa l’aria che si respira intorno alle 10 di mattina, quella di una festa a sorpresa in cui siamo tutti festeggiati e nessuno sa di esserlo. L’allegria è la stessa di quando finisce la scuola e finalmente si possono mettere via i libri. Continue reading “Madrid e la riscoperta della lentezza”

Perché pubblicare un libro non serve a niente e perché siamo tutti MOSTRI

Spieghiamoci. Pubblicare un libro di per sè non serve a niente e non significa niente. In Italia si pubblicano circa 70mila libri l’anno. Circa 20 libri al giorno. Abbiamo credo il maggior numero di case editrici in Europa, gran parte delle quali non sono altro che trafficanti di illusionicriminali profittatori pronti a spennare il pollo di turno, lo scrittore ingenuo e sognatore, fotterlo definitivamenteingannarlo metterlo alla berlina senza che lui se ne accorga e probabilmente non se ne accorgerà mai. Ricordiamoci SEMPRE che meno del dieci per cento della popolazione legge più di un libro al mese.E che praticamente 99% delle pubblicazioni cartacee sono nient’altro che puri sollazzi ombelicali di gente che scrive per sentirsi qualcuno, farsi figo o pompare il proprio ego malato. Scrittori ingenui e sognatori si, ma anche tanta tanta malattia e tanta vanagloria. Tante illusioni, cantonate e giudizi sbagliati che finiscono immancabilmente per diventare cattiveria professionale e umana. Perchè il 99% di quello che si scrive e si pubblica non è altro che carta da macero, frattaglie scarti cerebrali pronti pronti per finire presto nell’immondizia e riempirsi di vermi. Paradossalmente – ma mica tanto- vale di più pubblicare su un giornale locale, una testata giornalistica anche di scarsissima qualità, un quotidiano che già il giorno dopo è già vecchio esuperato, buono soltanto per incartarci il pesce, che pubblicare un libro. Tutta sta paranoia di pubblicare e promuoversi a tutti i costi, e farsi leggere, ha molto poco senso. O meglio, serve quasi esclusivamente per rifocillare il mercato dei criminali profittatori pronti a spennare il pollo di turno. A far girare l’economia dei trafficanti di illusioni.
Ecco, se si vuole ragionare su che senso ha scrivere e su come si può scrivere nel modo più autentico e sensato possibile, bisogna partire per forza da questi presupposti. Chi scrive non può dimenticarsi per un attimo del mondo che lo circonda. È obbligato ad addentrarsi nel bestiario intellettuale che lo attira e lo minaccia, questa oscena mostra delle atrocità che ci troviamo di fronte, attorno, e sopra e sotto, e dovunque. Un qualcosa di abnorme e inumano che produce immancabilmente MOSTRI.  Continue reading “Perché pubblicare un libro non serve a niente e perché siamo tutti MOSTRI”

Marco Candida vince il Premio Nabokovper “Il ricordo di Daniel”

Si è aggiudicato il Premio Nabokov (sezione narrativa) l’ultimo romanzo di Marco Candida, Il ricordo di Daniel, Edizioni Anordest. Con sei romanzi all’attivo, lo scrittore di Tortona, 35 anni, è uno dei talenti più interessanti del panorama italiano. Di seguito un commento di Angelo Marenzana, autore del romanzo “L’uomo dei temporali”, pubblicato nell’estate 2013 da Rizzoli.

Io non ricordo niente. E’ la sola certezza che illumina l’opaco risveglio di Daniel dopo i lunghi giorni di coma seguiti a un incidente. Dopo un iniziale smarrimento, al punto da non fargli riconoscere nemmeno il suono del proprio nome, una lucida consapevolezza del suo nuovo stato si agita dentro di lui, tanto da fargli considerare, altrettanto lucidamente, “di non avere più nessuna parte, nessun ruolo nella grande recita che è la vita”. Tutti concordano. Si tratta di amnesia. Una diagnosi che, nella nuova realtà quotidiana di Daniel, si tradurrà in una frattura netta con un passato per lui del tutto sconosciuto se non addirittura inesistente, e nel senso di vuoto che si fa strada in chi, come lui, era destinato ad una vita ben strutturata e dal futuro luminoso. Continue reading “Marco Candida vince il Premio Nabokovper “Il ricordo di Daniel””

Dammi recensioni complesse

Credo che Leopardi, dopo aver scritto o solo ispirato il testo della prima pagina (7), abbia deciso di cambiare arte e di riporre con Gipi la sua fiducia nell’acqua (8). Si narra per sottrazione: le parole sono stanche, infide. Così il tema numero uno (9. – 10.) ti arriva diretto, senza mediazioni, dentro la testa (11. – 13.) spingendoti ai limiti dell’autismo (14. – 15.), finché non resta da dire: come ci sono finito qui (16)? In fondo questo è un fumetto. Perciò facciamo qualche disegno (17), magari lo capisci.

Lo vedi l’uomo? E l’altro uomo? Fanno un gioco che si chiama potere (18), stai attento. Ma forse a te piace di più il tennis col bisnonno, sì. Bene. Tanto la gente parla (21. – 24.) sempre e comunque, tu non preoccuparti, fai scelte tue. Il rischio, certo, è di cadere giù (25) ma volenti o nolenti siamo tutti in trincea (29. – 31.), e questo potrebbe essere il tema numero due (32): si va tutti incontro alla morte (33. – 37.), dalle baronesse ai cocchieri (38. – 41.), e anche quella che sembra un’altra storia (42) in realtà si lega al resto, ti lega al resto, ci lega al resto. Difficile è capirlo.
La gente non lo capisce (44. – 45.) questo legame; il lettore forse sì, se accompagnato da un’epoca all’altra (46), invitato a metterle in relazione, a vedere che fra le due epoche non c’è tempo ma solo uomini, che passano. Deh, lo capisce anche una scarpa! Non una qualunque: la scarpa di Luca (47. – 48.), a due passi da una violenza incomprensibile (49. – 50.), straniera, che ti viene solo da chiedere aiuto (51. – 52.).

E mi chiedo se sia altrettanto difficile capire che ognuno è solo, solo con le proprie storie (53. – 55.). È l’abc: solitudine (59) e neve (60. – 61.). Il bianco apre emorragie mentali, rimanda al tema numero uno (62. – 65.) e a te non resta che piangere (66). Però – io sono qui per questo – sappi che anche lei ti vuole bene (67. – 68.) e l’amore per le storie (69) che provi quando rileggi Emerson (70. – 71.) nessuno te lo potrà portare via. È il tuo marchio, nel bene e nel male.

Sarà con te, questo amore, quando ti misurerai con la tua coscienza (72. – 73.) e rivedrai lucidamente Caino e Abele (77. – 81.), prima di scegliere una volta per tutte come stare al mondo (82). Allora, un giorno, qualcuno potrà dire di te «era un poeta (83. – 84.) e la vita, per lui, era una promessa da mantenere (85. – 87.), attraverso il fuoco (88. – 89.) e la pioggia (90)». A questo qualcuno, tu da lontano risponderai in sussurri: «Il nostro cielo è lo stesso (91. – 94.), non parlare (95) né ora né quando la morte viene (96), stai zitto (97): tutto dipende da te (98)». Allora ci sarà soltanto la strada (99), ello dirà «sono pronto» (103. – 105.) rispondendo così al tuo invito: «silenzio: guarda e ascolta, amore» (106. – 110.).

Perché, ora mi chiedo, lei afferma di esistere davvero (111. – 112.) solo poco prima di abbandonarlo, quindi sparendo, non esistendo più, e facendolo in quattromila pezzi (113. – 114.)? Ricordo una poesia di Borges che si intitola Adamo è la tua cenere (115): qui sembra declinata al rovescio, ma il ritmo è lo stesso e il tempo, goccia dopo goccia, secondo dopo secondo, ci fa essere tutti parte di Unastoria (116. – 117.).
Una storia in cui, alla fine (118), cosa vale? Perdonarsi (119) e dall’abisso (120) tornare (121. – 122.), un giorno qualunque (123), forse al crepuscolo (124. – 125.) e ritrovarsi nuovamente uno davanti all’altra (126).

[in parentesi tonda, i numeri di pagina che per i loro contenuti – grafici, testuali, ritmici – hanno guidato ogni passo di questa perifrasi emotiva del nuovo libro di Gipi]

DIARIO INGLESE La neve a Windy Birmy

di Donatella Piazza

Eccomi qui. È già trascorso un mese dalla prima puntata, dove vi ho raccontato la serie di fortunati eventi che mi ha portato a Birmingham. E cosi è trascorso anche il secondo mese qui a Birmy: io la chiamo affettuosamente così, ma qui la sentirete chiamare Brums.Windy Birmy, ebbene sì, ho scoperto che è una città ventosa. Del resto le mie origini sono a Bagheria, la porta del vento, ed il vento è destinato quindi a seguirmi in tutti i miei spostamenti.

È arrivata la primavera. Fin da piccoli ci insegnano che il 21 di marzo l’inverno si fa da parte: il freddo che ci ha costretti a casa o ad uscite più sporadiche si fa da parte per lasciare spazio alla colorata e fiorita primavera,  gli  animali escono dal letargo e con le camicette a fiori si va in campagna per un picnic. Immagine di altri tempi? Ebbene, il 21 di marzo, qui a Birmy è arrivata la neve. Ma non una leggera spolverata di fiocchetti bianchi, come da saluto ad una stagione che rivedremo tra qualche mese, ma una nevicata di quelle che in Inghilterra non si vedeva da decenni,  come titolavano i giornali accompagnando il titolo alle immagini delle principali città inglesi completamente imbiancate.

Così, come una gigante gomma bianca, ma un po’ più fredda e scivolosa, le lastre di ghiaccio hanno cancellato l’immagine retrò della primavera per qualcosa di innovativo. Continue reading “DIARIO INGLESE La neve a Windy Birmy”

La deca-danza di Giulio Mozzi

La lista delle cose che ogni giorno ci possono irritare è infinita e altrettanto variegata. Ognuna di queste, poi, risulta più o meno fastidiosa in base al grado di cazzeggio in cui scivolano i giorni a bassa intensità lavorativa o, ugualmente, sfiata il contraccolpo dello stress feriale. Di solito, maggiore è il livello di nullafacenza e distrazione, maggiore è l’orticaria trasmessa da quelle che, in altre circostanze, definiresti ragionevolmente inezie.

A questo proposito, tempo fa, una visita al blog di Giulio Mozzi mi regalò un prurito molesto. Il motivo, all’inizio, pensai fosse solo l’antipatica frequenza con cui vibrisse sfornava elenchi in dieci punti per argomentare su tematiche diverse, non solo legate al mondo della scrittura. Poi ho capito che c’era qualcosa di più, che andava oltre il primo addebito: in una parola, l’uso ripetuto e il consumo di forme espressive che presto diventano cliché e il tedio che la loro deteriorante meccanicità mi trasmetteva. E non parlo solo della suddetta deca-danza, ma anche di altri “topoi” che circondano artificiosamente la figura, l’immagine di Mozzi, che sul web diventa lo stereotipo di se stesso.

Niente è più detestabile della noia, ancor più se registri che tanti altri non si stufano come te. Anzi, più loro si mostrano interessati e stimolati da una cosa per te uggiosa, più te la prendi non capendo il motivo di questa differenza. Dici, cambia canale. Ma l’ho detto: ero in fase di cazzeggio. (Domanda lecita: come ora?).

Così dedico al curatore di vibrisse la mia giocosa impertinenza azzardando un esercizio di stile – inutile e antipatico per chi non coglie i riferimenti o non ne condivide le premesse – che proietti alcuni fastidiosi cliché della comunicazione telematica mozziana in un testo iperbolico, nato più per sfogare il suddetto prurito che per velleità letterarie. Come (quasi) ogni parto della noia, incompleto. Il dedicatario lo consideri, in extrema ratio, come un appello all’autoironia. Continue reading “La deca-danza di Giulio Mozzi”

La vita, i panzerotti e tutto quanto

Silvia B. torna sulle colonne dei Pupi dopo il suo bellissimo esordio, 4 densissime pagine scritte mentre il treno la riportava a casa per Natale, da Milano a Bari.

Partenza la mattina alle 8.00 dalla nuova casa, e planning definito, solito schema.

Colazione educata al bar degli sciuri sotto casa. E vabbene, facciamola anche oggi sta’ parte:”una brioche per cortesia” con voce ferma che non tradisce le origini, come dire, non proprio “Gioa style”. Ma quello si chiama cornetto, gran pezzo di scemo ingessato dietro il bancone, che sembra tu venda rubini e diamanti, sono cornetti come quelli che hai in testa. Il mio ragazzo da bravo esponente del partito dei terroni, contrariato dall’assenza del solito Caffarel nel piattino del cappuccio (anche qui…. cappuccino!) ne frega due nel cestino riposto insieme alle stoviglie pulite. E io lo guardo con gli occhi colmi di orgoglio e ammirazione.

Ci sono stati e ci sono momenti in cui in me prende il sopravvento un senso civico spudorato e tutto milanese, e disapprovo questo genere di iniziative. Ma non oggi, io oggi sono arrabbiata, sono tre notti che non dormo e che non respiro, non ci sento più da entrambe le orecchie, ho ancora mal di gola. Io oggi sono arrabbiata e se potessi prenderei a cazzotti sul muso anche la nebbia.

Quindi affanculo barista mister puzza sotto il naso che non ci ha dato il cioccolatino. Le mie valigie non sono vuitton, il mio piumino non è un moncler, e non vedo che ore sono su un rolex. Ma esigo il mio cioccolatino. E se non me lo dai tu, tu che ti credi figo come no Martini no party, sarò costretta a prendermelo da sola.

Non so esattamente quanto questa città mi abbia cambiato il carattere. Ci sono episodi che mi fanno pensare che devo al maestoso Duomo e a tutte le sue sfumature un pò di grinta in più, un pò di determinazione che prima non avevo. Anche se non me la sono cercata con intenzione. Perchè questa grinta è un contatore che si alimenta ogni giorno, ad ogni speronata all’anima che Milano mi offre. Ma se non ci fossero state queste prove così amare… sarei quella che sono oggi? Non forte, piango ancora, mamma mia quanto piango! Ma oggi ho la sensazione di sapere, magari non sempre ma almeno il 60% delle volte, che se ho un posto che voglio raggiungere, attraversando fiumi di gente e correnti opposte, io lo raggiungerò. E che c’è una parte di me, che è salita piano piano come un’edera, svezzata da questa nebbia e questo freddo tagliente, che non è disposta più ad ascoltarsi in silenzio mentre le pestano i piedi. Continue reading “La vita, i panzerotti e tutto quanto”

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