Non esiste psichiatra migliore di chi ti punta una pistola sulla faccia

Seguo Marco Candida da quando ho avuto il primo modem, gracidava modulando e demodulando appena beccava la linea. Andavo a 56K e Marco teneva un blog su clarence, era il 2003. Si chiamava Blog di Blog se non ricordo male. E iniziava con “il sogno di un sogno”

E va bene. Lo ammetto. Non sono un ragazzo fortunato, ma ho un sogno. Questo sogno ‘era’ un sogno. Ho sempre pensato che chiamiamo sogni soltanto obiettivi molto difficili da realizzare. (Veramente mooolto difficili). Ma che impegnandosi, rinunciando alla volontà, abbracciando l’indolenza – cullandosi nell’indole, ammesso e non concesso la si trovi -, soprattutto RINUNCIANDO e basta, si potesse raggiungere l’obiettivo, che poi è un sogno. Adesso invece penso che il sogno sia diventato un obiettivo. L’obiettivo è un sogno squalificato, un sogno secolarizzato, laicizzato, volgarizzato, demitizzato. Non riesco più a pensare allo Scrittore come sogno ma come obiettivo. Vuoi fare lo scrittore?, mi si diceva. Sì. E’ in programma. Ma è proprio questo programma che s-sprogramma il sogno. In verità da molto giovane avevo in mente solo il sogno di un sogno. Adesso invece se vogliamo non mi rimane che il solo sogno di un obiettivo. Non posso parlare dello Scrittore che obiettivamente. Parliamoci obiettivamente, da sopra, da sopra a sotto. Scrivere non è un sogno. Tutt’al più un obiettivo. Ho perso il sogno di un sogno.

Da lì Marco è volato sino in America, è finito nell’antologia Best European Fiction a cura di Aleksandar Hemon e ha pubblicato dieci romanzi. Li ho letti quasi tutti, avendo la conferma di quello che pensavo sin dalla prima volta che l’avevo trovato su vibrisse quando era ancora davvero un bollettino che arrivava via mail (di cui amavo soprattutto la rubrica Dopo Carosello di Mauro Mongarli, una dozzina d’anni prima di finire a scrivere per un gruppo editoriale che si occupa solo di comunicazione e pubblicità): Marco scrive dannatamente bene.

L’ho letto crescere, anno dopo anno. Continue reading “Non esiste psichiatra migliore di chi ti punta una pistola sulla faccia”

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Lavorare (nell’editoria) stanca, contro lo svanire dei colpevoli

Se mi chiedono il pizzo e io non ho il coraggio di denunciare, e pago l’estorsore, resto una vittima o divento un colluso perché “incoraggio” la pratica mafiosa? Il tema è delicato ma, sarà l’età, l’idea dei buoni da una parte e dei cattivi dall’altra mi sta abbandonando. E nel mondo del lavoro, e nell’editoria (libraria), come funziona? Il ricatto micidiale della concorrenza, che costringe molti ad accettare condizioni becere, “legittima” le nuove pratiche schiavistiche? Sì. Sottolineare questo aspetto, però, non può distrarre da chi effettivamente estorce la dignità a una persona in cerca di una e più fatiche per avere il pane a tavola. I ruoli, poi, nella lotta al recupero dei diritti perduti, non possono essere ricoperti da tutti indistintamente: dovrebbero essere i soggetti più garantiti ad alzare la voce più di chi è arrivato ieri e ancora rema in galera senza aver potuto mai mettere il naso sul ponte della nave.

Eserciti di legittimi aspiranti redattori, traduttori, grafici, correttori, uffici stampa, e compagnia bella bussano alla porta dell’editore di turno, regalando il loro tempo nella speranza di ottenere poi un ingaggio pagato; firmano il primo contratto, felici di aver superato una prima faticosa tappa; poi spesso, a mesi dalla consegna puntuale e dal mancato pagamento fissato nel contratto, capiscono di aver fatto del volontariato a loro insaputa. Così imparano un nuovo lavoro: recupero crediti dal committente. Non è prassi consolidata ovunque, non si deve generalizzare (anzi, per cambiare l’andazzo è giusto diversificare sempre e illuminare chi rispetta l’etica del lavoro) ma di certo chiunque bazzica il settore ha esperienza diretta o indiretta di situazioni del genere. Succede, per così dire, ed è successo in ultimo a fine aprile. Con una bella novità, però. Continue reading “Lavorare (nell’editoria) stanca, contro lo svanire dei colpevoli”

Libri come olio di ricino

Libri come olio di ricino. Oggi, giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, apri il sito della Treccani e lo trovi chiuso, con la scritta “Leggi un libro” e “Siamo spiacenti, oggi il portale Treccani è spento” e questo perché l’istituto “promuove” la giornata mondiale di turno. Leggi un libro? Certo. Allora chiudo il sito del vocabolario! Che bella idea. Si sa, chi apre il sito della Treccani è uno che non legge mai libri: la cosa più sensata da fare è invitarlo a leggere anche altro, invece di ostinarsi a trangugiare solo dizionari.

Oggi, giornata mondiale del libro e del diritto d’autore (chissà di chi è il copyright sull’idea Unesco delle giornate mondiali) arriva al culmine l’iniziativa #ioleggoperché, pubblico grido con hashtag annesso in favore della lettura: sono previsti incontri nelle piazze di Milano, Roma, Cosenza, Sassari e Vicenza e una chiamata alle armi per i “messaggeri” della lettura (per saperne di più potete andare nel sito ufficiale). Il tutto all’insegna dello slogan “Il libro come esperienza da condividere. Un link per connettersi al mondo. Una rete cui appartenere. Una passione da diffondere”. Che tenerezza.

E dai, leggi un libro, su, un piccolo sforzo, non ti costa niente, te lo regaliamo noi, basta che dopo lo leggi, eh? A Palermo, oggi Modusvivendi regala il terzo libro, se ne compri due. Iniziativa lodevole come molte altre che la libreria indipendente adotta per resistere contro le concorrenti di catena e i monopolisti Mondadori e Feltrinelli; toccasana per i lettori accaniti che negli ultimi anni contengono gli acquisti per motivi di portafoglio. Peccato che in Italia, prima di arrivare al terzo libro, se ne dovrebbero leggere almeno due e invece, nel 2014, il 59% delle persone tra i 7 e i 70 anni non ne ha letto nemmeno uno. Dubito, perciò, che iniziative del genere possano avvicinare nuovi lettori alle librerie. Ma il libro cerca disperatamente di essere alla moda. Continue reading “Libri come olio di ricino”

Il futuro della Sergio Bonelli Editore – La svolta multimediale della “Fabbrica dei sogni”

Il nostro Antonino Pintacuda intervista i protagonisti della svolta della Sergio Bonelli Editore.

Orfani, la serie a fumetti creata da Roberto Recchioni ed Emiliano Mammucari, continua a collezionare primati. La prima serie tutta a colori della SBE, infatti, alla vigilia del debutto del secondo ciclo di storie, diventa un motion comic targato Bonelli e Rai Com. Una coproduzione che rappresenta quindi anche il battesimo ufficiale della nuova business unit guidata da Vincenzo Sarno che svilupperà le potenzialità della scuderia di personaggi bonelliani, da Tex a Martin Mystere, passando per Zagor e Nathan Never. La serie sarà co-prodotta dalla Rai Com con cui la SBE inizia ufficialmente un percorso di produzione televisiva. Ne parliamo con Sarno e Recchioni in occasione della conferenza stampa di presentazione del “nuovo” Dylan Dog e di tutte le altre novità della “Fabbrica dei Sogni” di via Buonarroti.

Appunti per un saggio sulla faziosità

L’opinione pubblica italiana non esiste. Non esiste la libera opinione, la riflessione intellettuale senza compromessi, rispettosa soltanto della propria coerenza e legittimità morale-razionale.

C’è sempre qualcosa sotto, sopra, dietro.

Gli italiani sono storicamente un popolo di analfabeti. Mentre nei paesi della Riforma si diffondeva l’alfabetizzazione – perchè la Bibbia si doveva leggere per conto proprio – nei paesi cattolici la Chiesa Apostolica Romana dichiarava peccato la lettura autonoma del testo biblico, senza la mediazione del clero.

Nel dopoguerra i giornali, gli intellettuali, i pensatori erano quasi esclusivamente, in un modo o nell’altro, legati alla politica. Erano di scuola comunista, socialista, cattolica, repubblicana. Tiravano – più o meno volontariamente – acqua a un qualche mulino. D’altronde la figura dell’ “intellettuale organico”, la strategia di guerra culturale chiamata “egemonia”, l’ha inventa Gramsci, italiano. Non è mai esistito un mercato autonomo della cultura, del pensiero, in Italia. Su tutto c’era l’influenza dei partiti politici. I giornali aprivano e chiudevano indipendentemente dai loro bilanci.

Le realtà che in qualche modo hanno provato a posizionarsi in modo diverso rispetto a questo contesto sono stati forse La Repubblica di Scalfari e Il Giornale di Montanelli, nati entrambi a metà degli anni ’70. Ma cosa sono diventati? Repubblica quasi una lobby di potere, Il Giornale letteralmente “comprato” e “arruolato” dal potere politico.

Con la seconda Repubblica, crollato il sistema partitico, è arrivato il sistema berlusconiano. L’intellighenzia si è prostituita a diversi interessi, a diverse fazioni, seguendo sempre lo stesso modus operandi della Prima Repubblica. In altre parole, in Italia, l’idea di “esprimere una opinione liberamente” quasi non esiste. Si esprime una opinione per supportare questa o l’altra causa o personaggio, o per attaccare qualcosa o qualcuno, o perché fa comodo in qualche contesto strategico-politico etc etc etc. Continue reading “Appunti per un saggio sulla faziosità”

La deca-danza di Giulio Mozzi

La lista delle cose che ogni giorno ci possono irritare è infinita e altrettanto variegata. Ognuna di queste, poi, risulta più o meno fastidiosa in base al grado di cazzeggio in cui scivolano i giorni a bassa intensità lavorativa o, ugualmente, sfiata il contraccolpo dello stress feriale. Di solito, maggiore è il livello di nullafacenza e distrazione, maggiore è l’orticaria trasmessa da quelle che, in altre circostanze, definiresti ragionevolmente inezie.

A questo proposito, tempo fa, una visita al blog di Giulio Mozzi mi regalò un prurito molesto. Il motivo, all’inizio, pensai fosse solo l’antipatica frequenza con cui vibrisse sfornava elenchi in dieci punti per argomentare su tematiche diverse, non solo legate al mondo della scrittura. Poi ho capito che c’era qualcosa di più, che andava oltre il primo addebito: in una parola, l’uso ripetuto e il consumo di forme espressive che presto diventano cliché e il tedio che la loro deteriorante meccanicità mi trasmetteva. E non parlo solo della suddetta deca-danza, ma anche di altri “topoi” che circondano artificiosamente la figura, l’immagine di Mozzi, che sul web diventa lo stereotipo di se stesso.

Niente è più detestabile della noia, ancor più se registri che tanti altri non si stufano come te. Anzi, più loro si mostrano interessati e stimolati da una cosa per te uggiosa, più te la prendi non capendo il motivo di questa differenza. Dici, cambia canale. Ma l’ho detto: ero in fase di cazzeggio. (Domanda lecita: come ora?).

Così dedico al curatore di vibrisse la mia giocosa impertinenza azzardando un esercizio di stile – inutile e antipatico per chi non coglie i riferimenti o non ne condivide le premesse – che proietti alcuni fastidiosi cliché della comunicazione telematica mozziana in un testo iperbolico, nato più per sfogare il suddetto prurito che per velleità letterarie. Come (quasi) ogni parto della noia, incompleto. Il dedicatario lo consideri, in extrema ratio, come un appello all’autoironia. Continue reading “La deca-danza di Giulio Mozzi”

Uno vale uno, sempre lo stesso

Il Movimento 5 Stelle, circa due mesi fa, ha mandato alle redazioni dei giornali una sorta di glossario “di riferimento” con cui è preferibile esprimersi tutte le volte che lo si nomina. L’iniziativa poteva sembrare eminentemente fascista, ma denotava anche la consapevolezza che una grande rivoluzione culturale, in quanto tale, deve investire anche il linguaggio. Parole nuove in base al contesto veicolano significati nuovi perché il M5S propugna una nuova chiave di interpretazione del mondo odierno, per dire. Discutibile o meno, mi aveva colpito questa attenzione al linguaggio. Ora, però, l’incombente campagna elettorale, trasformando quel linguaggio in slogan, ha messo le parole sottovuoto e io non posso fare a meno di notare certe sue derive ridicole che ricordando il mitico Flaiano (La situazione politica italiana è grave ma non seria) tendo a definire potenzialmente drammatiche.

Parole, ovvero quando gli slogan non funzionano e, anzi, nascondono la verità o qualche magagna da infiocchettare. “Uno vale uno”, per esempio: suggestivo ma ingannevole più di ogni altra cosa in un contesto che si definisca politico, promotore cioè di una visione del mondo condivisa, rispetto alla realtà circostante, che poi riesca a trasformarsi anche in processo decisionale collettivo. Tralasciando le molteplici varianti del primo aspetto, quello positivamente visionario per cui (quasi) ogni idea di Paese deve avere diritto di cittadinanza, si può infatti sindacare sul secondo aspetto: quello del processo decisionale.

In tal senso, “uno vale uno” sarebbe slogan onesto e verosimile in qualunque ambito decisionale in cui gli individui aventi diritto di parola fossero solo due, una situazione in cui entrambi possono esprimere liberamente ciò che pensano e valutare ascoltando le opinioni dell’altro, le quali, a loro volta, devono avere lo stesso peso specifico, quindi garantire a ciascuno il diritto di veto. Naturalmente, in caso di disaccordo, questa organizzazione immobilizzerebbe il processo decisionale in una tipica situazione di stallo alla messicana, tanto cara al regista Tarantino. Essendo invece il M5S una realtà fatta da più di due persone, il suddetto slogan non può che definirsi disonesto, inverosimile, fuorviante. Il tentativo forzato di farlo diventare onesto, verosimile, rappresentativo, anzi, basta a smascherare la realtà che esso cerca di promuovere. Mi spiego. Continue reading “Uno vale uno, sempre lo stesso”

Serie tv come nuova letteratura?

 

Lost

La serialità televisiva, da metà anni Novanta in poi, in qualche occasione è riuscita a creare piccoli gioielli che non hanno nulla da invidiare, per caratterizzazione dei personaggi e significato intrinseco dell’opera, al grande cinema o ai capolavori della letteratura mondiale. Vedere le serie televisive in maniera sociologica/antropologica non basta più. Hanno chiavi di lettura che vanno al di là della classica rappresentazione della società e dei suoi mutamenti, per quanto queste considerazioni siano degne di massimo rispetto e meritino notevole attenzione. Alcune serie tv non si limitano più ad intrattenere. Riescono a cogliere sfumature, dettagli con acume e sensibilità incredibile, dando spazio a riflessioni e considerazioni di altissimo livello. Ecco i personali magnifici sette di serie tv che hanno questa tanto decantata dignità letteraria. Iniziate a vederle, se non lo avete fatto. Se avete già visto parzialmente o totalmente, diffondete il verbo. E’ ora di fare sul serial. Continue reading “Serie tv come nuova letteratura?”

Frivole utopie: cambiamo le parole di Zuckerberg

Si può criticare un sistema – facebook – dall’interno? Non parlo affatto di abolizione ma solo di correzione, per stimolare una maggiore consapevolezza in chi fa uso delle sue dinamiche e dei suoi meccanismi. Qui, per esempio, si propone di modificare il linguaggio che lo caratterizza e attualmente ne dà una rappresentazione di valore, per sostituirlo invece con una terminologia neutra che ribadisca più onestamente il suo essere mero strumento tecnologico.

Pensando ai tanti araldi della resistenza mediatica, della controinformazione partecipativa, della democrazia dal basso, insomma agli stanatori pneumatici di complotti che pur difendono a spada tratta questa piattaforma blu, c’è da chiedersi perché nessuno veda in essa un esempio di tirannia espressiva, un abnorme schedario detentivo dei nostri usi, gusti, abitudini, opinioni, finalizzato al lucro sempre maggiore di chi specula sulla nostra guinzagliata libertà di parola. Il contrario della democrazia, insomma. Non vi siete accorti che, per come è stato sviluppato, facebook è la sublimazione delle vite nostre in pubblicità?

L’autentica novità, però, è che stavolta siamo diventati prodotti volontari. La bacheca è la vetrina. Il prodotto si infiocchetta da sé e si poggia da solo in bella mostra. Non parlo delle aziende di vario tipo che, naturalmente, sfruttano in modo appropriato i social per espandere il loro marchio e fare più contatti, seppur ricorrendo a stalking di prima categoria. Parlo di noi persone. Se questa nostra incessante auto-promozione avrà spesso un magro riscontro nella realtà (se non affiancata da una pregressa e solida “presenza qualificante” sul campo) essa costituirà invece, a prescindere, l’ingente guadagno del padrone di casa. Eppure, qualcosa ci fa continuare spontaneamente per questa strada. Ecco la vera innovazione, la rivoluzione che a Zuckerberg frutta miliardi ogni anno: la trasformazione di ciascuno in prodotto volontario.

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