Accogliere la vita

Era il 29 gennaio e don Charamsa rispondeva alla domanda importante di un fedele, ampliando nella seconda parte il tema su questioni profonde e basilari che oggi – nove mesi dopo – ha responsabilmente sollevato in tutto il mondo con la sua uscita pubblica. Già pubblicato su Zenit.

Caro Amico,

mi hai posto una domanda. Visto che la domanda è importante, come sono importanti tutte le domande riguardanti la nostra salvezza, questa notte stessa mi sono messo davanti al computer per darti la risposta. Tu mi chiedi: La Santa Messa e altre azioni sacramentali compiute da un sacerdote che è nel peccato sono valide?
Sì. Assolutamente sì. La validità dei sacramenti non dipende dalla santità o meno dei ministri che li amministrano. L’insegnamento di San Tommaso d’Aquino al riguardo è molto chiaro, e non manca di chiarezza la dottrina della Chiesa (cfr Concilio di Trento, Sess. VII, can. 8, DS 851: i sacramenti agiscono “ex opere operato”, ovvero per il fatto stesso di essere posto in atto, e non “ex opere operantis” che richiederebbe la santità del ministro, una bella sintesi di tutto ciò troverai nel catechismo della Chiesa Cattolica nn. 1127-1128).

Su questo punto ci vuole una piena serenità del credente, certo che il peccato dei ministri non “contamina” la validità dell’azione sacramentaria di Dio. È vero che Dio ha affidato alle nostre povere mani i suoi mezzi di salvezza. In un certo senso, si potrebbe dire, nell’incarnazione del Verbo, vuole “dipendere” da noi, si è fatto “dipendere” da noi, ma lasciando che dipenda da Lui la validità dei sacramenti, indipendentemente dai ministri.
Per questa ragione ciò che preoccupa per la validità dei sacramenti è il mantenimento della forma ecclesiale, che assicura la validità dell’azione posta. Credo che per questa ragione la Chiesa addirittura riconosce la validità del battesimo, anche se – nei casi limite – fosse fatto da un pagano. Senza badare al suo personale stato di peccato, ci si preoccupa se tale persona ha compiuto “ciò che intende fare la Chiesa”. Se lo ha fatto, ad esempio, su pressante richiesta di uno morente, desideroso del battesimo, che ha avuto accesso solo a questa persona pagana e non ad un sacerdote o ad un altro cristiano, una volta battezzato con la formula trinitaria, è diventato figlio di Dio e della Chiesa. Tale battesimo, indipendentemente dallo stato personale di colui che, sta battezzando, ha fatto ciò che intende la Chiesa, è valido.

Questa totale libertà di Dio nei confronti della validità in realtà è una responsabilità per noi. Pensa, ad esempio, ad un vescovo scomunicato, che rimane in stato di peccato, (purtroppo succede anche questo), se ordinasse un sacerdote o un altro vescovo, il sacramento conferito sarà valido. Non sarà lecito, ma sarà valido, suscitando drammatiche sofferenze o addirittura scismi nella comunità della Chiesa.
D’altro canto, anche i sacerdoti sospesi non perdono il potere di amministrare validamente i sacramenti. Tale esercizio gli viene vietato, ma non perdono la capacità di celebrare validamente. Per questo in pericolo di morte di una persona, anche un sacerdote sospeso può offrirle il sacramento valido. E quante volte è successo, dando la pace e la grazia di Dio ad un morente.

Ora mi chiedo che cosa intendi quando parli di un sacerdote che è nel peccato. Siamo tutti peccatori. Nessuno di noi è del tutto libero dal peccato. Ultimamente su questo triste fatto insiste il nostro Santo Padre Francesco, fino al punto che a molti è apparso incomodo se non insopportabile (forse perché provvidenzialmente ha toccato il nascosto problema delle loro anime). Prima del Papa, però, come ricordi bene, era il nostro Signore a dirci “chi è senza peccato, lanci la prima pietra” Come per dire: “quelli senza peccato, avanti, colpite rapido e efficace”… Siamo peccatori e questo influisce purtroppo sui frutti spirituali dei sacramenti, ma in questo campo (non di validità oggettiva, ma di frutti che si instaurano nell’animo), ciascuno è responsabile per se stesso. Continue reading “Accogliere la vita”

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Bastia, Bestia, Bastiani: arrivano i Tartari

Nominato idoneo, Marco Bisanti partì una mattina di giugno dalla città per raggiungere la fortezza Bastia Umbra, sua prima prova di concorso. No, mi sono confuso. Ecco lo spartito originale: Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Sì, questo è l’incipit giusto. Le assonanze a volte ti portano dove vogliono loro. Qualche collega giornalista ha pensato di esorcizzare il test che ci aspetta domani – prima tappa per portare da 5000 a 100 l’ingresso in Rai di nuovi cadetti catodici – uscendosene con la Bestia Umbra; a me è venuto in mente di trovarmi nella fantasia di Dino Buzzati.

E mi sono detto aspetta, ma se, al contrario dell’ufficiale solitario che troverà aperte le porte della Fortezza, noi saremo tanti e cercheremo di espugnarle, le torri del quizzone Bastiano, sì insomma, non è che i Tartari siamo noi? E cosa vorrebbe dire? Essere uno dei Tartari dovrebbe almeno garantire dal male dell’infinita attesa che fa languire le vedette, votate all’unico gesto che nessuna urgenza impone mai di compiere. Eppure, in mezzo alle due figure c’è lo stesso deserto. E se la vedetta resta a lungo in attesa è perché anche i Tartari aspettano qualcosa, prima di sferrare l’attacco alla fortezza.

Così anche la vita di chi terrorizza le guardie con la minaccia di sconfinare – sarà anche più varia, meno noiosa – è piena di attesa. Non sarà un’attesa protetta e capace di imbastire miti e leggende, o spostare eserciti sulla comparsa appena vaga di un lumicino nella notte incavata che fugge al binocolo: tanto più che, ad accendere quel lumino, in quel momento dovrei esserci proprio io, in quanto tartaro, il che non mi lascerebbe tempo per divagazioni analoghe. Ma resta comunque fatta di attesa, la vita di noi Tartari. Mi chiedo allora cos’è che aspettiamo: a noi non viene incontro nessuno. Siamo noi gli invasori. Forse però la vera domanda è un’altra: vogliamo davvero invadere la città, o siamo solo gelosi della vista sul deserto che c’è dalla torre, dove vogliamo piantarci anche noi? Continue reading “Bastia, Bestia, Bastiani: arrivano i Tartari”

La poesia mortale

Prima potevo anche prendermela. Ora inizio quasi a pensare che sia giusto così, normale, anzi necessario e persino bello. È giusto, normale e bello ammettere che, come tante cose della vita e – più in grande – della storia umana, anche la poesia passa e, ad esempio, quel che per cinquant’anni è sembrato indiscutibilmente un classico, cioè una voce il cui valore sembrava prescindere dal tempo, eternamente godibile (come – fino a prova contraria – ancora oggi un Omero, un Dante o un Leopardi), inizia invece a soffrire di rughe, poi invecchia, rincoglionisce, si ammala e muore. E non parlo di padri “fatti fuori” dai figli: c’è sempre stata un’avanguardia pronta a uccidere il chiaro di luna senza che, per questo, alcun Gruppo ’63 riuscisse mai a impedirle di rispuntare bella tonda il mese dopo. Parlo in generale del fatto che un giorno ti svegli e pochi esperti studiosi del campo ti dicono che una voce di poesia non è mai stata bella secondo l’idea che si addirebbe a un classico, ma era bella solo lì, in quel periodo storico, per il cosiddetto gusto dell’epoca che – ormai spazzato via – ha trascinato con sé qualunque valore immutabile nei tratti di una determinata opera. Ecco, inizio quasi a pensare che a me, questa cosa qui, questa caducità, piace. Mi piace la rondine spaiata che, pur non facendo primavera, guizza ratta e ugualmente beata nel cielo finché ha vita e gioia nelle ali.

L’anno scorso, uscita la traccia del tema di letteratura alla maturità, ho ripensato a quanto mi piace Quasimodo, sorpreso dai tanti commenti di addetti ai lavori che lo ritengono invece un poeta superato, marginale, sopravvalutato, eccetera. Qualche giorno fa, per pubblicizzare su facebook un romanzo del ’67 che gli piace molto e riuscirà il 4 giugno per la Sonzogno, il decaloghista Mozzi ha fatto un preambolo sulla necessità di immaginare un canone alternativo per la scuola, argomentando: “basti vedere come, dalla triade poetica Ungaretti-Quasimodo-Montale quest’ultimo sia gradualmente ma potentemente emerso (per la bellezza, ma anche per l’influenza) emarginando il secondo ma anche il primo”. I discorsi sul canone alternativo ricordano quelli sulla necessità di cambiare la Costituzione: sul principio siamo d’accordo, il problema è chi ci mette mano. Poco fa poi, prima di cominciare a scrivere, ho letto una citazione da Ungaretti cinguettata su twitter, che diceva “Il vero amore è una quiete accesa”. Ho pensato quant’è vero; ma anche, quant’è ridicola una frase buttata lì, isolata, qualunque frase, deportata dal paesaggio poetico in mezzo al quale è nata. Il citazionismo telematico sarebbe capace di ridicolizzare anche la gravità di un referto del medico legale. Continue reading “La poesia mortale”

Lavorare (nell’editoria) stanca, contro lo svanire dei colpevoli

Se mi chiedono il pizzo e io non ho il coraggio di denunciare, e pago l’estorsore, resto una vittima o divento un colluso perché “incoraggio” la pratica mafiosa? Il tema è delicato ma, sarà l’età, l’idea dei buoni da una parte e dei cattivi dall’altra mi sta abbandonando. E nel mondo del lavoro, e nell’editoria (libraria), come funziona? Il ricatto micidiale della concorrenza, che costringe molti ad accettare condizioni becere, “legittima” le nuove pratiche schiavistiche? Sì. Sottolineare questo aspetto, però, non può distrarre da chi effettivamente estorce la dignità a una persona in cerca di una e più fatiche per avere il pane a tavola. I ruoli, poi, nella lotta al recupero dei diritti perduti, non possono essere ricoperti da tutti indistintamente: dovrebbero essere i soggetti più garantiti ad alzare la voce più di chi è arrivato ieri e ancora rema in galera senza aver potuto mai mettere il naso sul ponte della nave.

Eserciti di legittimi aspiranti redattori, traduttori, grafici, correttori, uffici stampa, e compagnia bella bussano alla porta dell’editore di turno, regalando il loro tempo nella speranza di ottenere poi un ingaggio pagato; firmano il primo contratto, felici di aver superato una prima faticosa tappa; poi spesso, a mesi dalla consegna puntuale e dal mancato pagamento fissato nel contratto, capiscono di aver fatto del volontariato a loro insaputa. Così imparano un nuovo lavoro: recupero crediti dal committente. Non è prassi consolidata ovunque, non si deve generalizzare (anzi, per cambiare l’andazzo è giusto diversificare sempre e illuminare chi rispetta l’etica del lavoro) ma di certo chiunque bazzica il settore ha esperienza diretta o indiretta di situazioni del genere. Succede, per così dire, ed è successo in ultimo a fine aprile. Con una bella novità, però. Continue reading “Lavorare (nell’editoria) stanca, contro lo svanire dei colpevoli”

La Liberazione, uno sguardo dal Sud

Avevamo vent’anni oltre il ponte
oltre il ponte che è in mano nemica
vedevamo l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte
tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore. *

Settanta anni fa il CLN Alta Italia proclamava l’insurrezione in tutti i territori ancora occupati e iniziava ufficialmente la Liberazione dal nazifascismo. Ufficialmente. In realtà, oltre al fatto che i partigiani operavano già da tempo alla macchia, gli alleati avevano messo piede a Licata ben due anni prima, senza l’aiuto di alcuna frangia ribelle siciliana. Da ciò risulta evidente (e giusta) l’identificazione d’ufficio fra Liberazione e movimento partigiano. Lasciando in secondo piano l’intervento anglo-americano, oggi rivive il sacrificio di quegli italiani che, pur rifacendosi a tradizioni politiche diverse, morirono in una spietata guerra civile per autodeterminarsi come nazione libera e giusta, cementificati da un moto solidale contro i tedeschi e la sanguinaria prepotenza fascista. Qualcuno dice che il loro fu un contributo marginale, ma tutti gli storici ammettono la loro fondamentale azione di indebolimento delle retrovie dell’Asse, oltre le linee non ancora superate dalle milizie alleate, e di intelligence nei tanti borghi in cui agivano col favore segreto di compaesani e cittadini rimasti nelle case.

La Sicilia invece visse per due anni su un altro pianeta, rispetto ai fatti richiamati dal 25 aprile 1945, ed è facile pensare che il passaggio dal regime fascista a quello alleato fu percepito più o meno tiepidamente come un cambio di guardia, sulla falsariga del racconto che Tomasi Lampedusa fece del passaggio precedente, dal regno borbonico a quello “savoiardo”. Vero è che Carmela Zangara ricordò qualche anno fa gli oltre 2500 partigiani siciliani riconosciuti dall’Istoreto, ma questi prestarono quasi tutti servizio nelle brigate della resistenza piemontese o diedero prova di coraggio nelle altre regioni del centronord. Non conoscendo dunque storie di guerriglia civile ambientate nei monti Sicani simili a quelle consumate nell’alto appennino, è facile associare l’aria che si respirava da noi nel luglio del 1943 a quella che regnava nel giardino del principe di Salina, distaccato e lontano dai tumulti. E non perché in Sicilia ci fossero solo nobili aristocratici: basta guardare con gli occhi di Robert Capa la campagna di Troina, i primi di agosto del ‘43 nella foto qui sotto, per intuire le spalle larghe e ben salde del popolo che vide arrivare i giganti americani come vedeva il cambio delle stagioni sulla terra, occhi bassi sui campi o stretti sull’orizzonte del burrone all’inciampo del gregge. Continue reading “La Liberazione, uno sguardo dal Sud”

Duepunti, accapo

Ragni, fagiani, cammelli polari, pesci, gatti, cani, topi, elefanti: compagnia, alt! Sciogliete le file, liberi tutti. Liberi come fino a oggi sono sempre stati, i libri della :duepunti edizioni. Qual è allora la novità? Il silenzio, come “atto di responsabilità”. Eppure, quest’imminente silenzio non mi impedisce di immaginare alta la voce e di vederli, gli andirivieni nervosi degli animali che formano lo zoo della casa palermitana. Qualcosa tra la mandria impazzita di Jumanji e le bestie riunite nel racconto di Apocalypto. Non ho sentito nessuno dei tre editori, che possa precisare, illustrare o aggiungere qualcosa alla decisione di interrompere le pubblicazioni dopo dieci anni di attività consapevole, successi editoriali, studio dei nuovi processi, stima internazionale. Una cosa è certa: quel silenzio non spegnerà la luce accesa dai loro libri, che inizierà a brillare da questa ultima (?) partecipazione alla fiera di Roma, dal 4 all’8 dicembre.

Questo è il punto. Apro il bel libro di Francesca Serafini e leggo alcune tra le funzioni svolte dai due punti nell’universo sintattico: illustrare, chiarire, argomentare quanto affermato in precedenza; arricchire di particolari; introdurre il discorso diretto; assolvere a un ruolo metatestuale, come un annuncio riguardante il discorso in atto. In questo elenco trovo quello che ho sempre riscontrato nei dieci anni di letture illuminanti offerte dalla :duepunti. Testi di qualità per illustrare brucianti cronografie socio-politiche, dalla rivolta dei migranti all’invenzione della cultura eterosessuale; per argomentare una riflessione sulla letteratura tracciando una geografia di posizioni nuove; per dare voce all’animalesca fantasia di ottimi scrittori e al profondissimo pensiero musicale di artisti poco noti; per descrivere in modo diverso la storia del XX secolo o promuovere riflessioni sulle mutazioni in corso nel loro mestiere. Un’attenzione nella cura dei libri e un fiuto per i gioielli periferici dimostrato nel 2008 dal Nobel a Le Clezio, già presente nel loro catalogo col suo singolare Verbale.

Con tutti gli animali presenti nel loro zoo, tuttavia, non mi sembra di poter associare a questo recente annuncio di fine pubblicazioni quello più noto fra i luoghi comuni o i format giornalistici: il coccodrillo, né per l’ipocrita pentimento delle sue lacrime, né per gli stucchevoli e preconfezionati elogi funebri che potrebbero derivarne. Anche in questa loro scelta, infatti, mi sembra di poter leggere la medesima consapevolezza e onestà intellettuale che da sempre è stata la cifra della :duepunti. Una scelta certo difficile, ma al contempo liberatoria (sono solo mie impressioni, per carità) e non gravata dal senso dell’inutile che spesso deforma lo sguardo agli anni trascorsi su un’avventura appena conclusa.

Come un’altra recente a cui viene di associarla, per le umane ragioni che hanno fermato i viaggi della libreria Pianissimo che, contro l’oltranzismo cieco spesso associato alla nobiltà d’animo (presunta) di chi opera nel mondo della cultura, osserva: «Come se non fosse poetico metter qualcosa sotto i denti […] È una scelta dolorosa ma ponderata. Il fatto è che non voglio più concedermi il lusso della retorica della “cultura”, non voglio più essere associato a iniziative meritorie, salvifiche, generose e gratuite. Questa rinuncia è il frutto di una precisa volontà politica e intellettuale: quella di non voler essere più un precario, un volontario, uno sfruttato».

Così i :duepunti fermeranno sì le rotative, ma è difficile credere che fermeranno anche le scintillanti rotelle di un impegno che già da anni accompagna quello prettamente editoriale, in tante iniziative a Palermo come altrove, legate al concetto di innovazione culturale, economia d’impresa responsabile, co-working, linguaggi dell’arte e nuove tecnologie. O almeno, questo è quello che auguro ad Andrea, Giuseppe e Roberto; glielo auguro per me, e per chi crede che si possa ancora fare comunità al tavolo della cultura, sui concetti di pluralismo e diversità, dialogo e ricerca, onestà e immaginazione. Immaginazione che autorizza a credere di poter rivoluzionare anche l’uso dei due punti, e mettere loro al posto del punto fermo, prima di iniziare il nuovo capoverso della luce; luce delle idee, delle provocazioni e delle intuizioni:

Palermo Criminale, la città in cui eravamo infinito

Per quelle strane cabale del destino arriva oggi in libreria Palermo Criminale, l’antologia curata dal fisico e giallista Antonio Pagliaro per i tipi di Laurana Editore. Arriva proprio oggi, il 10 ottobre, lo stesso giorno in cui viene presentato ufficialmente proprio a Palermo il primissimo numero di Orizzonte Sud, un progetto nato dal Corriere del Mezzogiorno e declinato in un giornale, un progetto social, una serie di eventi per “il meridione che ce la fa”.

Dietro c’è un altro Antonio P., il Polito che non manca di bacchettare il governo di turno dalle colonne del Corriere della Sera.
Due facce della stessa moneta, due dei mille volti di Palermo. Sulle colonne del nuovo giornale il sindaco Orlando scrive che Palermo “non è un quadro, ma un mosaico”. Pagliaro più prosaicamente riporta le lancette indietro di 10 anni esatti quando i rosanero fecero l’impresa di riportare il Palermo in serie A. E mentre la città impazziva di gioia bicolore, tante piccole storie venate di nero arabescavano i suoi vicoli.

Di solito le antologie son costruite su un grande nome e qualche mezza cartuccia. Pagliaro ha tessuto bene la sua ragnatela e ha composto un calendario nerissimo che si legge come un romanzo. Un calendario amaro e tragico scandisce la vita tra le strade di Palermo. A gennaio Nicolò La Rocca ci racconta “Qualcosa di speciale”, un’istantanea amara impastata con fuliggine e calcinacci, nel logoro ménage à trois tra Enza, Vito e la noia. 17 pagine che scendono leggere leggere lasciandoti un’amarezza intartarata prima di passare il testimone ad Alessandro Locatelli e alla storia del suo sfortunato sacrestano. E ci sono altri dieci fogli di nero calendario da sfogliare. Tra morti ammazzati, donne che “sucano” l’anima e la forza vitale, c’è spazio anche per il bellissimo siparietto del “baglio” dipinto con una serie di bellissime soluzioni lessicali da Giorgio D’Amato.  Un romanzo polifonico, da leggere.

Antonio Pagliaro (a cura di), Palermo Criminale, Laurana Editore, Milano 2014

Il volume sarà presentato dagli autori il 16 ottobre alle ore 18.30 presso la libreria Feltrinelli di via Cavour 133 a Palermo

Più di mille parole

Vale più di mille parole: non un silenzio, né un gesto, in questo caso, ma un’immagine. Esperimento: se valga più un articolo di critica argomentata sui rischi delle nuove dipendenze da abuso telematico oppure – visto il predicato di questa società – non basti un’immagine a illustrare tutto il discorso. Il formato del manifesto è volutamente enorme (cliccare per credere).

Lo strazio dei luoghi o i luoghi straziati, appunti su “In Sicilia” di Matteo Collura

Alcuni brani tratti da In Sicilia, (Longanesi, 2004) (1), di Matteo Collura. Un gran bel libro, un viaggio in un’Isola che è carica di Storia e di storie fino a scoppiare, oltre l’inverosimile, alla ricerca della vera essenza dei siciliani, che forse sono – come ben racconta l’autore – nient’altro che tragicomici “inquilini della storia” che però hanno dentro di sé insieme l’orgoglio e il disagio di essere così troppo carichi di storia, e di storie, troppo, davvero troppo, oltre l’inverosimile, fino a scoppiare. Inquilini della storia che cercano sempre, disperatamente e invano, di essere sfrattati. 

Il paesaggio ragusano, ancorché spettacolare, non esprime forme drammatiche. E il perché è dato dalla sua quieta vastità, dal suo mostrarsi subito aperto da qualunque parte vi si giunga (…). Un’altra realtà paesaggistica, questa, rispetto a quella occidentale, a quella parte della Sicilia che sembra essere stata squassata – il mondo appena concepito – da uno spaventoso sisma, e poi così abbandonata, le calcinate plaghe esposte al sole e alla pioggia per millenni (…).
Eppure certi angoli di questo litorale, quelli che meno esprimono la pur rara potenza del Mediterraneo e in cui si esalta, viceversa, la pacifica natura, oggi vengono scelti per fare da sfondo a banali serial televisivi, in cui fasulli quanto improbabili commissari di polizia trovano momentaneo rifugio tra un caso e un altro. Ed è da tenere nel conto, da indagare questa predilezione per una delle zone paesaggisticamente più miti della Sicilia, nell’ambientarvi storie in cui la violenza, fasulla anch’essa, fa da filo conduttore. (pag. 214).
Poi, parlando del paesaggio della Sicilia occidentale, quella “che sembra essere stata squassata da uno spaventoso sisma”. Un mondo “appena concepito”: (Ecco ndr) i toni di incubo che, nel descrivere gli interni dell’isola, l’autore del Gattopardo ha saputo trovare: “Riapparve l’aspetto della vera Sicilia, quello nei cui riguardi città barocche e aranceti non sono che fronzoli trascurabili: l’aspetto di una aridità ondulante all’infinito in groppe sopra groppe, sconfortate e irrazionali, delle quali la mente non poteva afferrare le linee principali, concepite in un momento delirante della creazione: un mare che si fosse pietrificato nell’attimo in cui un cambiamento di vento avesse reso dementi le onde...” (…) Non c’è dubbio che il vero protagonista del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa sia il paesaggio, la sua irredimibilità. È così, perché nell’elencare difetti e pregi dei siciliani, a un certo punto, il principe di Salina inequivocabilmente spiega: “Ho detto i siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l’ambiente, il clima, il paesaggio siciliano. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gli incongrui stupri hanno formato l’animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’arsura dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali…”. Il livello di civiltà degli europei si misura con lo spessore del pastrano: più è spessa la stoffa del pastrano, più alto è il grado di civilizzazione, ne dedusse, ragionando su Mastro Don Gesualdo, David Herbert Lawrence. Ma qui non è soltanto questione di civiltà, bensì anche e soprattutto di razionalità; quella razionalità che – appunto mostra Tomasi di Lampedusa – manca al paesaggio siciliano. (pag. 17)

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