Date a Palermo la sua voce

Palermo è capitale della Cultura 2018 e a me viene automatico chiedermi per quale proposta culturale si è distinta fra le altre città negli ultimi decenni. Quali meriti ha Palermo che possono valere un titolo del genere? Dovessi elencare alcune voci in cui inscrivere l’identità culturale della nostra città, penserei subito alla pittura di Andrea Di Marco (autore dell’opera qui sopra, Accrocchio, 2011), alla musica di Federico Incardona; al teatro di Michele Perriera, alla poesia di Franco Scaldati. Entrati nel gioco dei nomi però, si passa con altrettanto automatismo alla domanda su chi deciderà quali artisti fare e non fare esibire all’interno degli eventi legati a questo circo.

La nomina di Dacia Maraini in cima alla piramide (presidente ufficiale del comitato scientifico) ha aperto un mar Rosso di polemiche e apprezzamenti: muraglia di accuse da un lato (“è lontana dalla nostra città”), muraglia di complimenti dall’altro (in primis da parte del sindaco che le ha offerto la carica). Io mi auguro solo che Maraini riesca a riagganciare la cultura che respirò da noi tantissimi anni fa – prima di trasferirsi altrove – e possa guidare la baracca includendo, accanto ad Ale e Franz e tutti gli artisti portati dai finanziamenti Mediolanum e da altri “esterni” che verranno, le autentiche voci della città che è stata scelta.

Voci che, malgrado la scomparsa di tutti i nomi che portavo come esempio all’inizio, ancora risuonano nelle strade ormai vendute ai turisti affamati di folclore e patatine olandesi, paghi di un loculo in cui dormire dopo il giro notturno nella mega fiera di paese che è diventato il centro storico, dove le librerie sono state sostituite dai negozi di mutande o dall’omologazione firmata Oviesse. La lista delle voci autentiche della città, peraltro, è fatta anche da molti altri artisti, alcuni amici miei, vivissimi e ancora attivi ogni giorno in quel deserto che spesso alimenta miraggi fiabeschi ma taglia le gambe al primo passo verso l’oasi, verso il giardino che sogni di coltivare.

Spero insomma che questa bella occasione non diventi l’ennesima voragine in cui fare svanire il sogno di una città migliore – come, di recente, è successo alla biblioteca regionale di corso Vittorio Emanuele, che per l’ignavia dell’assessorato si è fatta scappare oltre un milione di euro per il restauro dei locali. Perché Palermo ormai è una delle capitali più feconde anche del disegno italiano, grazie alla sua Scuola del Fumetto. Perché, per fare un altro esempio, è anche una delle più attive fucine musicali degli ultimi anni, dove oltre ai meravigliosi indipendenti – dal cantautorato de L’omino e i suoi palmipedoni (molti brani li trovate nel nostro canale) alla musica strumentale dei Forsqueak, passando per gruppi storici ancora attivi (i Dasvidania fra poco pubblicheranno il nuovo album) – etichette come la Indigo producono Bondì, Dimartino, Carnesi, La rappresentante di lista e altri nuovi progetti come IO, svolta pop del duo Irene Ientile e Ornella Cerniglia, che con il singolo Diventano mare ha già avuto ottime critiche.

Perché Palermo, in definitiva, ha la sua voce autentica nelle storie dei tanti, più o meno silenziosi, che puntano ancora le vele controvento. A loro e agli organizzatori auguro davvero un buon lavoro: sappiano rilanciare la vera cultura della città oltre i sipari del già visto.

Annunci

Un’altra ruga di Palermo

Ricopio il bell’articolo di Daniele Billitteri uscito ieri sul Giornale di Sicilia. Da due anni il quartiere Vergine Maria di Palermo ha ripreso una storica festa di borgata, unendo all’intrattenimento anche la denuncia sul rischio che si perda tutto un mondo, una cultura e un’identità storica locale che per secoli ha ruotato intorno alla meravigliosa tonnara Bordonaro.

Ufficialmente è una festa. Di fatto è una protesta. Ma le due cose decidono di convivere e mettono su casa insieme diventando una festosa protesta. La borgata di Vergine Maria, per il secondo anno consecutivo (e dopo una pausa, chiamiamola così, di 30 anni), ha festeggiato i pescatori con una serie di manifestazioni iniziate giovedì scorso e finite ieri sera. Per rinfrescare la memoria, per parlare a tutta la città, per dire che il destino di una borgata non può essere quello di un satellite che gira attorno al Pianeta, che c’è una cultura che non va persa. Specie se con essa si perdono identità, connotati e cuore a vantaggio di un concetto di divertimento uguale dappertutto.

Gisella Taormina è la presidentessa dell’associazione “Nostra Donna del Rotolo”. “Noi – dice – con questa festa abbiamo raccontato la storia di Vergine Maria, una borgata bellissima, dal passato prestigioso”. E uno dei responsabili dell’associazione, Giuseppe Alessi, sottolinea: “Tanti anni fa Vergine Maria era un opificio a cielo aperto. Ma lei lo sa che qui si costruiva il cordame usato nella marineria di tutta Italia?”. E Agostino Prestigiacomo, 84 anni, racconta di essere stato anche lui un cordaro al punto di avere fatto di tutto con le corde: modellini di barche, perfino un presepe lodato dall’Arcivescovato. Ora lo invitano nelle scuole a insegnare ai ragazzini a fare i nodi marinari: il Savoia, il Parlato, le Gasse d’amante, la Bandiera.

Continue reading “Un’altra ruga di Palermo”

Scrittori a Palermo, una nuova stagione

Non siamo spariti, forse solo indaffarati più del solito (per mesi consecutivi, sì). Ma PdZ è anche questo: masticare il tempo dell’assenza, per poi tornare a condividere gli interessi che continuiamo ad alimentare e che ci sostengono (se non nel portafoglio, almeno nello spirito). Nel frattempo, riporto l’interessante articolo di Matteo Di Gesù uscito oggi sul Manifesto, sulle correnti d’aria fresca che a Palermo ultimamente sembrano risvegliare incoraggianti focolai di interesse (veramente) culturale.
Stay tuned!

– Nel capoluogo siciliano crescono le sigle editoriali, le librerie indipendenti, le rassegne letterarie: anche se i segnali di rigenerazione non possono occultare gli strappi causati da anni di degrado, il tessuto culturale della città si rinsalda e produce un clima favorevole all’affermarsi di giovani voci

di Matteo Di Gesù

Nel primo fine settimana di giugno, quando una primavera fino a quel momento insolitamente riluttante rompeva gli indugi e la luce gialla di tufo di quei suoi lunghissimi, impareggiabili tramonti la inondava, Palermo poteva perfino atteggiarsi a piccola e intrepida capitale europea e mediterranea della cultura. La lunga, estenuante campagna elettorale si era da poco conclusa, la destra che per dieci anni l’aveva malgovernata aveva appena lasciato il campo, ritirandosi piuttosto malconcia, e centinaia, anzi migliaia di cittadini si disperdevano tra le mura quattrocentesche del complesso dello Steri, dove si svolgeva il festival dell’editoria indipendente «Una Marina di Libri», il cinema Rouge et Noir, dove si inaugurava la settimana di proiezioni del «Sicilia Queer Filmfest», e i vari luoghi che ospitavano seminari e presentazioni del ciclo «Letterature Queer» curato da Silvia Antosa (di Feticci di Massimo Fusillo e del Porno espanso di Biasin, Zecca e Manina, giusto per citarne un paio).

Due importanti manifestazioni, entrambe alla seconda edizione (se non si tiene conto dell’esordio sperimentale e circoscritto della Marina di Libri di tre anni or sono) che è opportuno nominare e celebrare, dovendo dar conto della letteratura che si fa e si pratica, oggi, a Palermo: sia per la qualità dell’offerta culturale che hanno saputo proporre, ovviando quest’anno allo spiacevole inconveniente della parziale concomitanza consolidando la collaborazione e incrociando alcuni appuntamenti, sia per il fatto di essere nate e cresciute nella più totale autonomia finanziaria e organizzativa, avendo potuto contare solamente sull’apporto di decine di volontari che hanno lavorato a titolo gratuito (un novero che comprendeva studenti universitari appassionati, librai indipendenti, associazioni di artisti e operatori, cineasti, lavoratori della conoscenza e intellettuali altrettanto entusiasti) e sull’appoggio di istituzioni e associazioni culturali autonome (tra gli altri gli istituti culturali francese, tedesco e spagnolo per il Queer, l’Università di Palermo, il consorzio «Piazza Marina e» e due associazioni studentesche per la Marina di Libri). «Sei proprio sicuro che non ci sia nessun simbolo istituzionale da inserire tra i partner sul risvolto del programma del festival?», chiedeva stupito il grafico veneziano ad Alessandro Rais, raffinato e infaticabile direttore artistico del Sicilia Queer.

Continue reading “Scrittori a Palermo, una nuova stagione”

Roberto Roversi, ottantanove anni di cultura italiana

Oggi è il compleanno del grande Roberto Roversi. Riporto qui una nota di pochi giorni fa scritta dall’editore Luca Sossella, e l’intervista al poeta bolognese fatta da Michele Smargiassi per la Repubblica lo scorso giugno.

Ho incontrato (la prima volta) Roberto Roversi nel settembre del 1977 a Bologna in via Castiglione, nella sua libreria Palmaverde. Bologna bruciava. In centro. Se uno si prendeva la briga di andare a Osteria Grande, faccio per dire, poteva notare che nessuno si era accorto di nulla. Io avevo vent’anni, Roversi cinquantaquattro. La mia età di oggi. Siamo nati lo stesso giorno, il 28 gennaio. Sabato compirà ottantanove anni. Nel 2008 abbiamo pubblicato una edizione in mille copie di Tre poesie e alcune prose, le “tre poesie” del titolo (da lui voluto con forza, ma c’è qualcosa che Roversi non voglia con forza?) sono i suoi tre libri più importanti di poesia Dopo Campoformio (nella versione 1965), Le descrizioni in atto (1969-85) e i versi riuniti nel Libro Paradiso (1993). Vi sono inoltre due estratti dai romanzi Registrazione di eventi (1964) e I diecimila cavalli (1976), e una mia scelta di suoi scritti (tra 1959 e 2004) dal titolo Materiale ferroso. Sono felice di apprendere oggi, a inventario chiuso, che rimangono solo 226 copie del libro. Il punto di pareggio era a settecento copie, quindi l’edizione ha realizzato un ricavo superiore alle spese. Lo vedete che la buona poesia paga! E’ la cattiva che si fa pagare…

L’anno scorso gli avevo proposto di fare una lettura di suoi testi, non da parte sua, ovvio, ma da parte di coloro che hanno dei debiti nei suoi confronti. Mauro Felicori, all’epoca direttore dell’assessorato cultura, aveva reso possibile la lettura ad alta voce in un luogo che io avevo sognato, la Sala Borsa, spazio molto bello in piazza Maggiore. Non se ne fece nulla, malauguratamente ebbi l’idea di mettere a parte Roberto dell’iniziativa. Le sue armi dissuasive sono più precise del raggio laser. La faremo più avanti. Per il suo centesimo compleanno, nel 2023.

“Troppo bianchi questi muri”. Per 65 anni nessuna parete attorno a Roberto Roversi mostrava l’intonaco: solo dorsi di libri. Ma adesso, dall’appartamentino che condivide con la moglie Elena, collaboratrice d’una vita, al quarto piano di un palazzone assediato dai kebab, i libri sono quasi spariti. Annuisce, malinconico e sorridente, appoggiato al bastone, la candida barba risorgimentale arcuata alle punte come un monumento: “Quattro anni, la nostalgia si sente”. Il poeta libraio oggi ottantasettenne, il severo patriarca bolognese, amico e ospite di una generazione di grandi intellettuali italiani, l’eclettico autore di poemi, di prosa civile, teatro, di dischi pop con Lucio Dalla, ha ceduto nel 2007 la sua tana, la libreria antiquaria Palmaverde, ma da pochi giorni si è privato anche di gran parte della sua biblioteca personale: donata alla libreria Coop Ambasciatori, che l’ha messa all’asta volume per volume, versando il ricavato ai senzatetto. Solo qualche superstite nello studio, “ma li ricordo tutti, i libri della mia vita”.

Quali ha tenuto con sé?
Ma è ovvio, quelli che devo ancora leggere. E anche quelli che voglio rileggere come se fossero nuovi.

È giusto rileggere?
A volte indispensabile. Manzoni letto a vent’anni è intollerabile, a cinquanta comincia già a migliorare, a ottanta è eccellente, lo leggi come guarderesti un paesaggio dall’alto.

E poi?
Qualche classico del Novecento e quelli dei miei vecchi amici: Vittorini, Bassani, Calvino, Volponi… Mi sono necessari per leggere tutto il resto, sono come un machete nella foresta tropicale.

Continue reading “Roberto Roversi, ottantanove anni di cultura italiana”

Scrittori, alfabeti, mappe e storie avventurose

Una tre giorni a Palermo organizzata da gente veramente in gamba che ostinatamente continua a produrre eventi, iniziative e stimoli al pensiero sulla scena culturale in un territorio in cui si lamenta sempre una “morte della cultura”. Dal 28 al 30 settembre incontri, proiezioni e discussioni a proposito di editoria, critica e precariato intellettuale, promossa da Gli Amici di Oblomov, N’Zocché, Libreria Modusvivendi e :duepunti edizioni.

“Navigando a vista, tra polemiche, appiattimento e proposte, cerchiamo di tracciare un modello nuovo per l’editoria italiana, che sappia riconoscere il valore della bibliodiversità, del consumo critico (e intransigente) delle lettere, del lavoro degli indipendenti (editori e librai)”.

Un’anticipazione del programma, che uscirà fra pochi giorni, dà in esclusiva al cinema Rouge et Noir, la sera del 29 settembre, Senza scrittori, il docufilm sull’editoria di Cortellessa e Archibugi, di cui molti parlano ma che pochissimi hanno visto. Per prenotare è necessario recarsi da Modusvivendi o da Nzocché e ritirare l’invito (contributo simbolico di 3 euro).

interventi di:

Beatrice Agnello, Giancarlo Alfano, Andrea Cortellessa, Davide Dalmas,

Titti De Simone, Matteo Di Gesù, Gianfranco Marrone, Fabrizio Piazza, Domenico Scarpa e Salvo Spiteri

info. tel. 091323493 | info@modusvivendi.pa.it

Alfabeta2: tornano in campo i veterani per fronteggiare l’emergenza culturale?

Jannis Kounellis, Senza titolo, 2006 Milano
Jannis Kounellis, Senza titolo, 2006 Milano

La cosa più curiosa della nuova “Alfabeta2” è forse quell’espressione che – specie ai più giovani – può sembrare tremendamente stantia, superata, addirittura pacchiana. Rivista di intervento culturale. Muffa post-sessantottina, si potrebbe dire, residuato di un linguaggio pomposo e magniloquente di tempi che furono e non torneranno ma più. Non a caso il nuovo progetto editoriale di Eco, Ferraris e altri autorevoli intellettuali nasce dalle ceneri di una vecchia rivista che spopolò dal 1979 al 1988, superando le ventimila copie e rappresentando – si legge nell’editoriale – “l’ultima vera rivista di cultura del Novecento, il secolo delle riviste, e degli intellettuali”.

I vecchi e i giovani. “Quando la sinistra aveva già iniziato a suicidarsi ma esisteva ancora una cultura di sinistra” – scrive Carlo Formenti – nacque un dibattito “egemonizzato, se non dominato, da una rivista mensile il cui titolo – «Alfabeta» – finì per incarnare un progetto di ri-alfabetizzazione di una classe intellettuale prossima a perdere consapevolezza della propria responsabilità politica”.  Ma la redazione avverte: “Riprendere un filo interrotto così a lungo può facilmente far scadere – si capisce – nella nostalgia, nel reducismo, nei lucciconi del come eravamo e di anima mia. O nell’acrimonia del quantum mutatus ab illo, della gran bontà dei cavalieri antichi”. Invece no, precisano gli autori, perché la nuova rivista nasce “ per riaccendere il desiderio di un vero confronto intellettuale, laddove il «vero» sta per molte cose: non accademico, non ideologico, senza ipocrisie, eretico, irriverente, perfino maleducato, ove necessario”. Adesso infatti ci troviamo in un’epoca totalmente diversa, più complessa, stratificata, dove i mezzi di comunicazione hanno radicalmente destrutturato la realtà frammentandola e ricreandola. Ma c’è di più. Dopo i bizzarri Anni Zero del terzo millennio, scrivono gli autori, ci troviamo in una confusa situazione di “emergenza culturale, antropologica, economica. Dunque politica”.

Intellettuali e politica. Come far fronte al tempo presente? Quelli di Alfabeta2 sembrano avere le idee chiare. Le armi sono quelle dell’analisi, della critica e della riflessione intellettuale “in nome della complessità, dell’interdisciplinarità, dell’antropologia del presente”.  Leggendo comunicati ed editoriali, si capisce che la rivista si pone obiettivi ambiziosi. Addirittura l’intento è quello di rimodulare il rapporto tra intellettuali e politica. Ristabilendo, in modo inedito, il sacrosanto diritto di “ficcare il naso”. Scrive Eco: “È proprio dell’intellettuale, e tanto più in quanto sia libero e «disorganico», ritenersi impegnato nell’occuparsi della cosa pubblica, anzitutto in quanto cittadino, in secondo luogo in quanto cittadino che per mestiere è abituato a sottoporre i fenomeni al vaglio della riflessione e della critica – anche se nulla assicura che la sua riflessione e la sua critica siano infallibili – ma proprio per questo deve continuamente renderle pubbliche e aperte al controllo collettivo”. Intellettuali che, anche se “marginalizzati, precarizzati, destituiti di mandato e funzione”, non possono evitare il compito di “grillo parlante”. “Col rischio di essere poi spiaccicato contro il muro – osserva Eco –  Ma ogni attività comporta le proprie malattie professionali”.

Il risultato. Il primo numero della rivista fa ben sperare. Pochi svolazzi, pochissimi pomposismi inutili, nessun articolo fine a se stesso. Tutt’altro. Le armi intellettuali sembrano essere state oliate a dovere. La rivista ha la sua identità e una sua ben precisa mission. Come nella vecchia edizione, ogni numero verrà dedicato ad un artista visuale. Il primo numero tratta di Jannis Kounellis. Si parla inoltre di Università, omertà e Chiesa, politica internazionale, ambiente, storia e revisionismo, migranti ed emigranti, globalizzazione, giovani e cultura, musica, differenze di genere, nuove tecnologie, cyberspazio, consumismo, sorti ed identità dell’Occidente, fino alla Fiat di Pomigliano, al doppiaggio dei film stranieri e ai Mondiali di calcio. Non un guazzabuglio saccente e zeppo di tronfie citazioni, come potrebbe sembrare, ma una serie di interventi che spaziano sui temi più decisivi della contemporaneità con un atteggiamento smaliziato, comunicativo ed affascinante. Un approccio omogeneo, comune a tutti gli articoli e molto ben calibrato, che è realmente non-settoriale e multidisciplinare. Un autentico “pensatoio”, dunque, in senso positivo e propositivo.  Di sinistra? Certo, ma sinistra in senso lato. Nessuna acrimonia di parte e nessun mulino a cui portare acqua o cose del genere. Insomma, il primo numero è un piccolo e brillante esempio di – eh si – intervento culturale.

Il web. Il progetto, intelligentemente, vive anche sul web. “Alfabeta2 – scrivono gli autori – è anche un sito, in quanto ci pare difficile, oggi, concepire un laboratorio d’idee, analisi e scritture in forma puramente cartacea, senza godere dell’orizzontalità, della velocità e dell’apertura consentite dalla rete. Il sito di Alfabeta2 non è la semplice replica elettronica degli articoli della rivista, ma costituisce un polo complementare di discussione, ricerca e condivisione, ambendo a porsi come uno spazio di raccordo tra diverse esperienze e soggettività. Sono consultabili articoli della rivista e loro materiali aggiuntivi (testi, immagini, link, documenti audio e video), ma anche rubriche e testi destinati esclusivamente al sito. Se la rete, in quanto universo debolmente istituzionalizzato, permette la circolazione di energie vive e spregiudicate, allora una rivista a vocazione critica non può non confrontarsi con essa. Per questo motivo Alfabeta2 assume fin da subito una duplice prospettiva: quella sintetica e formalizzante della rivista mensile, capace di focalizzare l’attenzione su aspetti cruciali della realtà contemporanea, e quella aperta, grandangolare e rizomatica del sito, che si pone come crocevia di esperienze sociali ed esperimenti cognitivi”.

Chiude il cinema Lubitsch a Palermo, la cultura muore in primavera

Tanto tempo fa qui a Palermo esistevano dei focolai benefici di cultura. Esistevano anche dei portatori sani di cultura che, magari anche per errore, riuscivano a creare qualcosa. Qualche piccola scintilla che subito si spegneva o per vanità, o per volontà d’altri, o per la sordità dei palermitani. Dico questo spinto dalla notizia della prossima chiusura del Lubitsch, “cinema di nicchia” se così vogliamo chiamarlo, che aveva – udite, udite! – un’idea non commerciale della sua attività. So che dire non commerciale in questo periodo storico equivale a mandare a quel paese qualcuno e che può essere scambiato come una scelta votata al suicidio. Eppure esistevano ancora, una decina di anni fa, quelle famose scintille. Piccole luci che, non solo a Palermo, sempre più smettono di pulsare. Più che un pretesto, lo definirei come l’ennesimo segnale della morte lenta, inesorabile e voluta della cultura.

Cultura e coltura non a caso hanno assonanza. Per vivere ai tempi dei nostri avi bisognava coltivare (beh, veramente tuttora). Coltivare fu il passaggio immediato a un nuovo stadio di evoluzione dell’uomo e – come in quel caso – anche la cultura necessita di un fertile impianto. Gli ortaggi nell’Humus e i libri, il sapere, nell’Humanitas. Vedete quante somiglianze? Ma perché la cultura muore? Perché così pochi contadini seminano e, soprattutto, raccolgono? E i loro campi ormai sono resi sterili, secchi, privi di semi germoglianti. La cultura come le verdure rende forti e svegli. Senza le verdure, diceva la mamma, non si cresce. E anche senza la cultura non si cresce.

Ma a chi giova tutto ciò? C’è un detto americano che parafrasato suona pressappoco così: per capire chi è il colpevole scopri chi ne trae maggiori benefici. Qui di beneficiari ce ne sono molti, moltissimi, così tanti che bisognerebbe scriverne un saggio. E la cosa peggiore è che i beneficiari sono anche i più potenti della nostra storia. Parliamo di alcuni. Beh, la Politica ad esempio: governare degli stupidi è più facile che governare dei cittadini attenti. Gli stupidi sono più spaventati e spaventabili e hanno bisogno di un papà che li protegga in cambio della loro libertà. Lo stupido, grazie a questa politica, pensa che il problema sia lo straniero e non vede che il problema è invece lo straniero che è in se stesso. A ben vedere la stupidità è conveniente, se siete spietati e senza morale.

Ed ecco un essere nato senza morale, costruito solo per far soldi: il capitalismo. Il capitalismo non è di per sé buono o cattivo, è costruito per fare del capitale. Soldi, denaro, che vanno a braccetto con il consumismo. Ma questa ruota ha bisogno di gente senza cultura, perché ha bisogno di compratori stupidi e anche di lavoratori senza cervello. Partendo da questi ultimi, qual è il lavoratore perfetto? La macchina. La macchina o il robot non si ammalano, non si innamorano, non sono nervosi, lavorano 24 ore su 24, non hanno esigenze: ergo, non hanno cuore né cervello. Non esiste essere più stupido delle macchine. E come rendere l’uomo il più possibile simile alle macchine? Rendendolo senza cervello, senza sentimento.

Capisco che sembra un gioco fosco ma è così che vanno le cose e il capitalismo non c’entra nulla, lui è stato costruito per questo. Non puoi lamentarti che un uccello vola se ha le ali. È nato per volare! Al mercato, infine, servono compratori (in)stupidi(ti), operai nella catena del commercio: è più utile che siano così, inconsapevoli. Perché se un essere umano è consapevole e sa che un oggetto non può durare tanto o addirittura può non essergli utile, non lo comprerebbe. E se non lo compra l’economia si ferma. Perciò viene da questa politica l’esortazione al consumare.  A detta loro “per far ripartire il paese”, mentre le fabbriche si trasferiscono in Cina e India. Allora, il contadino di Cultura è un ostacolo alla Politica e al Mercato. Due Moloch potentissimi e in grande sintonia.

E il campo, i campi dell’inizio non serviranno più a nulla, saranno sempre più secchi e aridi. E sempre più le librerie, i cinema, saranno soppiantati da sale bingo o da ipermercati. E allora, amici miei, guardiamoci in faccia e chiediamoci se questa società non sta creando un genocidio di cervelli. Solo così, guardandoci l’un l’altro, un giorno potremmo riconoscerci ancora.

Luigi Fabozzi

Come riportato da un articolo su Repubblica di oggi, non si tratta dell’ennesimo allarme: dopo undici anni il cinema Lubitsch, una realtà fortemente voluta da Paolo Greco insieme a Ciprì e Maresco,  è costretto a chiudere. A maggio potrebbe già essere utilizzato per un Cabaret, sotto altra gestione. Ma la chiusura diventa un pesante simbolo dell’ulteriore scomparsa di spazi con un preciso progetto culturale, una tendenza che non tocca solo Palermo. Non difendiamo la cultura di nicchia in quanto tale, ma ogni spazio in cui progetti diversi e fecondamente marginali potevano esprimersi, essere rintracciabili. “Se è questo quello che i cittadini vogliono…”, l’amarezza non lascia spazio ad altri commenti; con chi prendersela? Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione in forma di sfogo di Luigi Fabozzi, scrittore, attore e operatore culturale che da anni resiste nella difficile e pneumatica scena palermitana.

Il bollettino dei Moai, aperiodico di cultura varia

È on line il numero zero del bollettino dei Moai, Magazine aperiodico di cultura varia per condividere i piaceri: Leggere, Scrivere, Vedere Film, Ascoltare Musica, Pensare.

leggere news su un sito non è la stessa cosa, almeno non per noi che eravamo abituati ai supplementi culturali dei giornali (ora estinti). Oggi magari molte rivivono su facebook o su altri social network. Ma noi siamo dei nostalgici, e quelle riviste stampate in A4 ci mancano! Così, visto che anche bombasicilia rinasce (www.pupidizuccaro.com) abbiamo pensato che i tempi per un nuovo contenitore culturale fossero maturi. E da questa riflessione nasce il BOLLETTINO dei MOAI.
Una rivista che fa da Agitatore Culturale, in cui fermare e diffondere i propri pensieri, idee, su tutto ciò che ci piace (racconti, libri, film, musica, giochi, internet e quant’altro).
Nella vita siamo sempre lì a correre, come formiche impazzite che neanche più sanno cosa fare. Noi vorremmo fermarci e pensare. Riflettere su un libro che ci ha fatto sognare, discutere sulla tematica di quel film, ascoltare e riascoltare quella musica che sembra dirci qualcosa. E qui, sul BOLLETTINO dei MOAI è dove condivideremo quelle impressioni, quelle emozioni, quelle sensazioni! Con i nostri amici, con quelli che come noi hanno voglia di conoscere, scoprire, sempre!
Gli inviti sono stati fatti, chi vuole imbarcarsi in questa avventura con

«Leggere news su un sito non è la stessa cosa, almeno non per noi che eravamo abituati ai supplementi culturali dei giornali (ora estinti). Oggi magari molte rivivono su facebook o su altri social network. Ma noi siamo dei nostalgici, e quelle riviste stampate in A4 ci mancano! …  Noi vorremmo fermarci e pensare. Riflettere su un libro che ci ha fatto sognare, discutere sulla tematica di quel film, ascoltare e riascoltare quella musica che sembra dirci qualcosa».

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

Su ↑