Figli d’un disfatto padre

la mafia c'èMauro, figlio mio,

sì, è così che sempre ti ho chiamato e continuo a chiamarti: figlio mio. Ora più che mai, lontani come siamo, ridotti in due diversi esili, il tuo forzato e il mio volontario in questa città infernale, in questa casa… smetto per timore d’irritarti coi lamenti.

Figlio, anche se da molto tempo tu mi neghi come padre.

So, Mauro, che non neghi me, ma tutti i padri, la mia generazione, quella che non ha fatto la guerra, ma il dopoguerra, che avrebbe dovuto ricostruire, dopo il disastro, questo Paese, formare una nuova società, una civile, giusta convivenza.

Abbiamo fallito, prima di voi e come voi dopo, nel vostro temerario azzardo.

Ci rinnegate, e a ragione, tu anzi con la lucida ragione che ha sempre improntato la tua parola, la tua azione. Ragione che hai negli anni tenacemente acuminato, mentre in casa nostra dolorosamente rovinava, nell’innocente tua madre, in me, inerte, murato nel mio impegno, nel folle azzardo letterario.

In quel modo volevo anch’io rinnegare padri, e ho compiuto come te il parricidio. La parola è forte, ma questa è.

Il mio primo, privato parricidio non è, al contrario del tuo, metaforico, ma forse tremendamente vero, reale.

Tu sai dello sfollamento per la guerra a Rassalemi, del marabutto, dell’atroce fine di mio padre, della madre di tua madre, del contadino e del polacco. Non sono riuscito a ricordare, o non ho voluto, se sono stato io a rivelare a quei massacratori, a quei tedeschi spietati il luogo dove era stato appena condotto il disertore. Sono certo ch’io credevo di odiare in quel momento mio padre, per la sua autorità, il suo essere uomo adulto con bisogni e con diritti dai quali ero escluso, e ne soffrivo, come tutti i fanciulli che cominciano a sentire nel padre l’avversario.

Quella ferita grave, iniziale per mia fortuna, s’è rimarginata grazie a un padre ulteriore, a un non padre, a quello scienziato poeta che fu lo zio Mauro. Ma non s’è rimarginata, ahimè, in tua madre, nella mia Lucia, cresciuta con l’assenza della madre e con la presenza odiosa di quello che formalmente era il padre.

Sappi che non per rimorso l’ho sposata ma per profondo sentimento, precoce e inestinguibile. Quella donna, tua madre, era per me la verità del mondo, la grazia, l’unica mia luce, e per sempre viva.

La mia capacità d’amare una creatura come lei è stato ancora un dono dello zio.

Al di là di questo, rimaneva in me il bisogno della rivolta in un altro ambito, nella scrittura. Il bisogno di trasferire sulla carta – come avviene credo a chi è vocato a scrivere – il mio parricidio, di compierlo con logico progetto, o metodo nella follia, come dice il grande Tizio, per mezzo d’una lingua che fosse contraria a ogni altra logica, fiduciosamente comunicativa, di padri o fratelli – confrères – più anziani, involontari complici pensavo dei responsabili del disastro sociale.

Ho fatto come te, se permetti, la mia lotta e ho pagato con la sconfitta, la dimissione, l’abbandono della penna.

Compatisci, Mauro, questo lungo dire di me. È debolezza d’un vecchio, desiderio estremo di confessare finalmente, di chiarire.

Questa città, lo sai, è diventata un campo di battaglia, un macello quotidiano. Sparano, fanno esplodere tritolo, straziano vite umane, carbonizzano corpi, spiaccicano membra su alberi e asfalto – ah l’infernale cratere sulla strada per l’aeroporto! – è una furia bestiale, uno sterminio. Si ammazzano tra di loro, i mafiosi, ma il loro principale obiettivo sono i giudici, questi uomini diversi da quelli d’appena ieri o ancora attivi, giudici di una nuova cultura, di salda etica e di totale impegno costretti a combattere su due fronti, quello interno delle istituzioni, del corpo loro stesso giudiziario, asservito al potere o nostalgico del boia, dei governanti complici e sostenitori dei mafiosi, da questi sostenuti, e quello esterno delle cosche, che qui hanno la loro prima linea, ma la cui guerra è contro lo Stato, gli Stati per il dominio dell’illegalità, il comando dei più immondi traffici.

Ma ti parlo di fatti noti, diffusi dalle cronache, consegnati alla più recente storia.

Voglio solo comunicarti le mie impressioni su questa realtà in cui vivo.

Dopo l’assassinio in maggio del giudice, della moglie e delle guardie, dopo i tumultuosi funerali, la rabbia, le urla, il furore della gente, dopo i cortei, le notturne fiaccolate, i simboli agitati del cordoglio e del rimpianto, in questo luglio di fervore stagno sopra la conca di cemento, di luce incandescente che vanisce il mondo, greve di profumi e di miasmi, tutto sembra assopito, lontano. Sembra di vivere ora in una strana sospensione, in un’attesa.

Ho conosciuto un giudice, procuratore aggiunto che lavorava già con l’altro ucciso, un uomo che sembra aver celato la sua natura affabile, sentimentale dietro la corazza del rigore, dell’asprezza. Lo vedo qualche volta dalla finestra giungere con la scorta in questa via d’Astorga per far visita all’anziana madre che abita nel palazzo antistante. Lo vedo sempre più pallido, teso, l’eterna sigaretta fra le dita. Mi fa pena, credimi, e ogni altro impiegato in questa lotta. Sono persone che vogliono ripristinare, contro quello criminale, il potere dello Stato, il rispetto delle sue leggi. Sembrano figli, loro, di un disfatto padre, minato da misterioso male, che si ostinano a far vivere, restituirgli autorità e comando…

Vincenzo Consolo, Lo Spasimo di Palermo, Mondadori, Milano 1998.

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L’albero Falcone, i fogli e le foglie

«C’è l’affezione comoda al simbolo più comodo. Un albero non è – per esempio – una scuola, non c’è bisogno di mantenerlo, non costa nulla e vale tantissimo in termini di ritorno d’immagine. Non a caso l’albero Falcone è il ritrovo ideale per politici di ogni stagione. In un luogo del genere le fedine penali dovrebbero valere più delle cariche istituzionali, eppure la coltura estensiva della memoria a buon mercato fa tali miracoli che nemmeno la più truce riforma berlusconiana potrebbe eguagliare. E poi i morti non possono protestare». continua a leggere sul blog di Gery Palazzotto

La marcia delle agende rosse a Roma

“Oggi io ho camminato con Paolo, ve lo giuro. Ho camminato con Paolo, Emanuela, Agostino, Vincenzo, Walter e Claudio. Perché i loro pezzi sono dentro di voi. […] Questa non è una festa di partito, questo semmai è il partito della gente onesta. […] Ora vi leggerò la lettera di Rosa, una donna che non è potuta venire perché non può permettersi di abbandonare il lavoro con cui riesce difficilmente a tirare avanti; ma lei è qui con noi, così come sono con noi tutte le altre ‘Rose’ che ci seguono da lontano. Non sono con noi tutti quelli che, invece di uscire, continuano a rifugiarsi dietro la tastiera dei loro computer; quelli non sono con noi”.

A piazza Navona a sentire la rabbiosa dignità di Salvatore Borsellino, sabato pomeriggio dopo la marcia delle agende rosse, c’ero anch’io. Sembra gracile ma ha una forza enorme ed è un simbolo che trascina. Chiede allo Stato di ripulirsi con la verità su via d’Amelio, su dove sia finita l’agenda scomparsa misteriosamente pochi minuti dopo lo scoppio della bomba: “lì erano annotati tanti segreti sulle infiltrazioni criminali dentro la magistratura, i servizi segreti e lo Stato. Se venissero alla luce queste nefandezze probabilmente la storia dell’Italia cambierebbe di nuovo” ha spiegato. Borsellino tocca l’amore che passando per suo fratello raccoglie migliaia di persone al suo fianco. Ma non scorda i brandelli della carne fatta a pezzi. Gli stralci del suo breve discorso li ho appuntati su un quaderno dalla copertina rossa comprato di mattina apposta per la manifestazione. Lungo le strade assolate della Capitale, tra le persiane chiuse dei palazzi ministeriali e le nostre teste vicine nascono slogan contro Mancino, Dell’Utri e Alfano, spiccano le agende esibite con decoro risoluto mentre i turisti fotografano anche ciò che non capiscono. L’aria smossa da circa 1500 adulti, ragazzi e bambini in marcia desta curiosità. Dovendo provare se la penna mi funziona, apro il primo foglio del mio nuovo monocromo e compilo le voci, nome e cognome: l’inchiostro seccato della biro rilascia ciò che ho dentro. Paolo Borsellino.

Abitando a Roma mi è dispiaciuto questa estate non poter essere alla prima marcia nella mia Palermo il 19 luglio, giorno della sua uccisione. Questo termine è più adatto di “commemorazione”, perché l’uccisione si fermerà quando i magistrati avranno finito il loro lavoro in merito. Questi giudici, all’opera tra Palermo e Caltanissetta, sono persone come Antonio Ingroia e Sergio Lari e la gente è venuta da tutte le regioni per sostenerli e per scongiurare le cosiddette ‘morti civili’ dei magistrati che vengono screditati o destituiti per le inchieste scomode. Impossibile non ammettere che in larga parte i presenti sabato si rifanno alla corrente di Di Pietro, in piazza con gli ultimi ‘acquisti’ De Magistris e Sonia Alfano. L’esclusiva sull’onestà mi ha dato sempre fastidio ed è qualcosa da temere, non può essere materia di demarcazione militante; mi dà pure fastidio qualunque espressione con la parola popolo, tipo “il popolo delle agende rosse”. Eppure non si può giudicare un’intera folla di singoli individui, ognuno declina responsabilmente la propria dedizione all’idea, e tutti erano là per la fiducia nell’onestà di Salvatore.

Per questo è stato utile sentir parlare sul palco gente diversa. Il fratello di Attilio Manca (urologo di Barcellona Pozzo di Gotto, ucciso perché curò Provenzano), il giornalista Gianni Lannes (ha avuto già due attentati. Lavorava per la Stampa, ha spiegato, finché un’inchiesta mai pubblicata sulla superstrada che doveva passare da Ficuzza ha attirato la visita di Schifani in redazione e non l’hanno fatto più scrivere. Ora ha un nuovo quotidiano on line), il testimone di giustizia Pino Masciari (imprenditore calabrese denunciò la ’Ndrangheta, due attentati negli ultimi 50 giorni), Anna Petrozzi di Antimafia 2000 (“dietro il furto dell’agenda c’è la chiave per capire l’intento delle stragi del ’92-’93”) e tanti altri. Tutti a pretendere di potersi fidare, a chiedere la metamorfosi di uno Stato che invece continua a vivere al di sotto di ogni sospetto.

In piazza c’era anche uno stand librario della Casa memoria Peppino Impastato. È stato bello poter pensare a questo collegamento con la folla che a Ponteranica protestava contro la rimozione della dedica a suo nome nella biblioteca. Ho comprato una raccolta delle poesie di Peppino, “Amore non ne avremo”, tra cui leggo:

Gli uomini guardano il cielo
e si stupiscono,
guardano la terra
e si muovono a pietà,
ma, stranamente,
non si accorgono di loro stessi.

L’attore Giulio Cavalli, sotto scorta da mesi per il suo impegno di denuncia attraverso il teatro e la satira, ha definito “brigantismo intellettuale” la decisione di rinnegare una vita con le spalle girate. Oggi in particolare cresce l’urgenza di moralità e non moralismo, normalità al posto della normalizzazione. Bisogna testimoniarne in piazza la richiesta con la propria faccia, che si possa vedere, perché queste scene vengono totalmente ignorate dalla stampa o dalla televisione, come infatti è stato anche stavolta. So che l’ardore di Borsellino rischia facili manipolazioni, perché chiede cose condivisibili di cui, appunto per questo, è facile appropriarsi in mala fede. Ma bisogna sostenerlo perché, al contrario di ciò che ci si era prefissati, troppo spesso le nostre gambe hanno camminato sulle loro idee.

Rosso è il colore simbolo di parecchie cose: l’amore, la rabbia, il sangue, l’agenda. In mezzo al fiume che scorreva sotto questo colore mi è venuto in mente il sangue. Spesso si sopravvive alla sua fuoriuscita, eppure quella parte che vediamo non farà mai marcia indietro. È qualcosa che ormai è uscito via, definitivo, non si può rimetter dentro. Paolo Borsellino e i pezzi suoi.

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